LE SPECIFICITÀ DEL NOSTRO MERCATO DEL LAVORO
GIUSEPPE BORTOLUSSI
Segretario CGIA Mestre
Bisogna fare una vera e propria rivoluzione per ridare dignità, valore sociale e un giusto riconoscimento economico a tutte quelle professioni dove il saper fare con le proprie mani costituisce una virtù aggiuntiva che rischiamo di perdere

 

Come ogni anno, con l’arrivo dell’autunno, la situazione occupazionale si fa difficile e, pur non avendo ancora assunto dimensioni drammatiche, il quadro a livello nazionale è in peggioramento. Sono almeno 140 le aziende che hanno aperto un tavolo di crisi presso il Ministero dello Sviluppo Economico. I lavoratori dipendenti interessati sono 160.000, tra questi circa 30.000 rischiano seriamente il posto. E non è tutto. Sappiamo benissimo che tra le piccole e micro imprese dell’artigianato e del commercio ci sono centinaia di migliaia di attività in difficoltà che, senza suscitare lo stesso clamore delle vertenze in corso nelle grandi imprese, rischiano di chiudere i battenti e di lasciare a casa i propri dipendenti. I dati dell’Istat ci dicono che il tasso di disoccupazione registrato nel secondo trimestre di quest’anno è del 10,7%: il livello più alto raggiunto dall’inizio della crisi. I senza lavoro sono quasi 2.700.000 e rispetto allo stesso periodo dello scorso anno la variazione è stata di quasi tre punti percentuali. A fare le spese di questa situazione sono state le fasce più deboli del mercato del lavoro: i giovani, le donne e gli immigrati. E’ vero che anche il nostro sistema imprenditoriale pecca di efficienza ed ha bisogno di recuperare margini di produttività, tuttavia credo sia impellente, al fine di invertire la tendenza in atto, intervenire sul fronte della domanda, visto che quella che stiamo vivendo è soprattutto una crisi legata alla caduta dei consumi. Che fare allora? Da tempo sostengo che bisogna intervenire per alleggerire il carico fiscale su pensioni e buste paga. Se a queste categorie non lasciamo più soldi in tasca difficilmente le famiglie ricominceranno a spendere. E’ vero che dobbiamo produrre meglio, con prodotti più ricercati e più innovativi: ma, se la gente non ha la possibilità di spendere, i prodotti rimarranno sugli scaffali dei negozi e le imprese saranno costrette a ridurre la produzione e quindi anche gli occupati. Insomma, bisogna innanzitutto lasciare più soldi in tasca ai consumatori, ma ridare impulso anche alle nostre piccole realtà imprenditoriali che continuano ad essere l’asse portante dell’economia, recependo in tempi brevissimi la Direttiva europea contro il ritardo dei pagamenti, per garantire una certezza economica a chi, attualmente, viene pagato mediamente dopo 120/180 giorni dall’emissione della fattura. Bisogna trovare il modo per agevolarne l’accesso al credito, altrimenti l’assenza di liquidità rischia di farle fuoriuscire dal mercato. Infine, bisogna

alleggerire il carico fiscale che ormai ha raggiunto livelli non più sopportabili. Credo che la costante e progressiva riduzione degli occupati delle grandi imprese avvenuta anche in Veneto in questi ultimi decenni proseguirà ancora. Questa esperienza, però, ci insegna una cosa importante. Le ristrutturazioni industriali re­gistrate a partire dalla metà degli anni ’70 fino ai primi anni ‘90 presentavano un denominatore comune. Chi veniva espulso dalle grandi imprese spesso rientrava nel mercato del lavoro grazie all’assunzione in una piccola impresa. Oggi, anche queste ultime sono in difficoltà e, nella grande maggioranza dei casi, non ce la fanno più a creare nuovi posti di lavoro. Per questo bisogna intervenire subito, altrimenti corriamo il rischio di avvitarci in una crisi sociale ed economica senza via d’uscita. Comunque, esiste anche un’altra faccia del mercato del lavoro. Nel 2011 sono stati 45.250 i posti di lavoro per i giovani che le imprese hanno dichiarato di non essere riuscite a reperire sul mercato, vuoi per il ridotto numero di candidati che hanno risposto alle inserzioni (pari a circa il 47,6% del totale), vuoi per l’impreparazione di chi si è presentato al colloquio di lavoro (pari al 52,4%). Purtroppo è il paradosso emerso da una elaborazione del nostro Ufficio studi su dati Excelsior-Ministero del Lavoro. A livello professionale, le figure più difficili da rinvenire sono state quelle dei commessi (quasi 5.000 posti di lavoro di difficile reperimento); dei camerieri (poco più di 2.300 posti); dei parrucchieri/estetiste (oltre 1.800 posti); degli informatici e telematici (quasi 1.400 posti); dei contabili (quasi 1.270 posti); degli elettricisti (oltre 1.250); dei meccanici auto (quasi 1.250 posti); tecnici della vendita (1.100 posti); idraulici e posatori di tubazioni (poco più di 1.000 posti); baristi (poco meno di 1.000).

Nei prossimi mesi, quando avremo il consuntivo riferito alle assunzioni avvenute nel 2011, vedremo se le cose sono andate proprio così. Nel frattempo è alquanto paradossale che in una fase economica in cui la di­soccupazione giovanile ha toccato negli ultimi mesi il punto più alto, vi siano 45.250 posti di lavoro “inevasi” tra i giovani sino a 29 anni. Professioni che, nella maggioranza dei casi, richiedono una grossa preparazione alla manualità. Come trovare una soluzione a questi vuoti occupazionali? Pur ritenendo sia difficile trovare una soluzione che in tempi ragionevoli sia in grado di colmare un vuoto culturale che dura da più di 30 anni, bisogna innanzitutto rivalutare, da un punto di vista sociale, il lavoro manuale e le attività imprenditoriali che offrono queste opportunità.

Per questo è necessario avvicinare la formazione scolastica al mondo del lavoro. Attraverso le riforme della scuola avvenute in questi ultimi anni e, soprattutto, con il nuovo Testo unico sull’apprendistato approvato nell’ottobre scorso, qualche passo importante è stato fatto. Ma non basta. Bisogna fare una vera e propria rivoluzione per ridare dignità, valore sociale e un giusto riconoscimento economico a tutte quelle professioni dove il saper fare con le proprie mani costituisce una virtù aggiuntiva che rischiamo di perdere.

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