LA FAMIGLIA COME RISORSA
Intervista a PIERPAOLO DONATI
Direttore Scientifico Osservatorio Nazionale Famiglia, Presidente Ass. It. di Sociologia e Ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi Università di Bologna

La politica dovrebbe creare le condizioni sociali, culturali, economiche, affinché le famiglie possano essere soggetti attivi in tutti i campi, dai servizi alle persone, alla scuola, alla sanità, alla sicurezza sociale, alle condizioni di lavoro, ai trasporti, agli orari della città, alla cura dell’ambiente in cui si vive, e così via

 

In Europa si sta compiendo una rivoluzione nelle strutture e nei comportamenti familiari che lei ha definito “morfogenesi della famiglia”. Di cosa si tratta, quali sono le cause e che cosa comporta?

 

Per morfogenesi della famiglia intendo la nascita di nuove modalità di fare famiglia, tra le quali ci sono quelle positive e quelle problematiche. Quelle fisiologiche nascono da una maggiore eguaglianza fra uomo e donna e sono più attente alla cura delle persone, mettono più attenzione alle relazioni, soprattutto nei confronti dei figli. Le altre nascono soprattutto dalla dissoluzione della famiglia, per via della crescita di separazioni e divorzi, che generano persone sole, convivenze provvisorie e poco solide e soprattutto le famiglie monogenitoriali, in gran parte madri sole, che vivono in condizioni debolissime. Da notare che la bassa natalità sta provocando un aumento spropositato di anziani soli senza speranze di un’assistenza adeguata. La morfogenesi italiana avviene senza aver capito che la famiglia, come dice un recente rapporto (La famiglia risorsa della società, il Mulino), è una risorsa
e non un costo.

 

In tempo di crisi, si può ancora parlare di politiche per la famiglia? E la politica influisce sul benessere delle famiglie?

La politica influisce enormemente sulla vita delle famiglie, ma il problema è che in Italia i politici ignorano come ciò avvenga. Essi guardano solo a come le misure fiscali e le spesa pubblica per i servizi incidano sui consumi delle famiglie, mentre la politica dovrebbe creare le condizioni sociali, culturali, economiche, affinché le famiglie possano essere soggetti
attivi in tutti i campi, dai servizi alle persone, alla scuola, alla sanità, alla sicurezza sociale, alle condizioni di lavoro (il grande tema della conciliazione tra lavoro e famiglia), ai trasporti, agli orari della città, alla cura dell’ambiente in cui si vive, e così via. Proprio
in tempo di crisi bisognerebbe investire sul protagonismo delle famiglie, anziché trattarle come dei mendicanti che chiedono solo sconti ed elemosine. Si pensa di rabbonire le famiglie concedendo piccoli aumenti nelle detrazioni Irpef per i figli e promettendo asili nido. L’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia, da me diretto, ha formulato un Piano Nazionale di Politiche Famigliari (approvato dal governo Monti nel luglio 2012, on-line), che attende ancora di essere messo in pratica.

 

Che cos’è la famiglia, oggi? O è meglio parlare di famiglie?

La polemica tra l’uso della parola al singolare o al plurale (le famiglie) è in gran parte ideologica. Non bisogna ragionare come se parlare di ‘famiglia’ al singolare voglia dire sostenere un modello unico. Dire famiglia vuol dire riferirsi a un certo tipo e qualità di relazioni, quelle di piena reciprocità fra i sessi e fra le generazioni. La famiglia ha un suo ‘genoma’ (si veda La famiglia. Il genoma che genera la società, Rubbettino).
Chi parla di ‘famiglie’ al plurale, lo fa perché vuole includere tutte le forme di convivenza, che sono aggregazioni di persone, che magari condividono degli affetti e degli aiuti reciproci, ma che non sono famiglie dal punto di vista sociologico. Gli inglesi le chiamano ‘partnership civili’, i tedeschi ‘compagnie di vita’, i francesi ‘patti di solidarietà civile’, e fanno bene, perché queste dizioni segnano una netta distinzione con le famiglie vere e proprie.

 

Se oggi, come sembra, le società europee sono più influenzate dall’economia, che dalla politica, come potrà quest’ultima influire sulla vita delle famiglie?

La politica, come ho detto prima, deve creare delle condizioni affinché la società civile possa fiorire e l’economia è il cuore della società civile. La crisi economica è prima di tutto frutto dello spappolamento delle famiglie e della perdita di capitale sociale e umano delle famiglie, che sono state sfruttate negli ultimi tre decenni anziché essere valorizzate. Se la politica non si muove, ci penserà l’economia a lasciarla perdere. Nel futuro io vedo una trasformazione dell’economia nella sua natura più autentica – lo dice la parola greca (oikos, che vuol dire “beni di famiglia”, e nomos, che vuol dire “norma” o “legge”) –, ossia come produzione eticamente regolata di beni e servizi per la famiglia.

 

Alla crisi del Welfare può rispondere la sussidiarietà del non profit? E quale ruolo può avere nel dare risposte alle famiglie?

Sinora, specie in Italia, il non profit è servito allo Stato per scaricare costi e rischi a carico di altri. I Paesi che stanno facendo fronte meglio di tutti gli altri alla crisi del welfare sono proprio quelli che hanno capito il ruolo autonomo e propulsivo del Terzo settore e del privato sociale.
Peccato che nell’agenda dei partiti politici, inclusa l’Agenda Monti, tutto questo sia ignorato, per non dire avversato. Se la politica va indietro, occorre che profit e non profit si alleino per una nuova società civile.

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