VERSO UN WELFARE SUSSIDIARIO
Intervista a GIORGIO VITTADINI
Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà

Insieme alla crisi del mercato stiamo assistendo da tempo alla crisi del welfare state, divenuto inefficace, inefficiente e iniquo in una società con bisogni sempre più complessi e differenziati

 

Professore, cos’è questa idea di welfare sussidiario?

L’idea del Welfare sussidiario nasce innanzitutto dalla considerazione del fatto che la sussidiarietà, prima di essere un principio è un dato di fatto: la presenza di tante opere nate dal basso, dall’operosità delle persone nelle loro aggregazioni sociali, in risposta ai bisogni
di tutti. Il welfare sussidiario deve essere inteso anzitutto come “welfare della responsabilità”, basato sulla collaborazione tra i soggetti sociali (ad es. famiglie) e gli erogatori dei servizi, siano essi pubblici o privati, nati in seno alla società civile e portatori di una identità e di una missione con forti connotati ideali, il cui valore aggiunto, cioè, non è quantificabile in termini meramente economici, ma deriva dal surplus di senso che proviene dalla relazione tra gli utenti e i fornitori dei servizi. Il welfare sussidiario suggerisce di valutare la bontà di un servizio e di fissare le regole generali non aprioristicamente
in base alla natura pubblica o privata dell’ente che lo eroga. Detto questo, non si può dare per scontato che esistano soggetti virtuosi diversi da quelli statali. Ciò dipende dal fatto che venga educato il desiderio, presente in ogni uomo, di costruire e contribuire al bene comune, che rappresenta il vero motore dello sviluppo e della costruzione sociale in alternativa all’egoismo delle teorie tradizionali.
Insieme alla crisi del mercato stiamo assistendo da tempo alla crisi del welfare state, divenuto inefficace, inefficiente e iniquo in una società con bisogni sempre più complessi e differenziati. Crisi, che si è ora aggravata a causa del fatto che non ci sono più soldi, e a causa di una mentalità statalista che ha squalificato a priori le realtà del privato sociale come soggetti portatori di bene comune nell’erogazione dei servizi di welfare. Lo Stato sociale, così come finora concepito, è destinato a sparire perché le risorse sono sempre più scarse.
Dal punto di vista del finanziamento, il welfare sussidiario punta, in particolare, a cambiare il ruolo degli enti pubblici, chiamati ad assumere la funzione di regolatori di una pluralità di soggetti attivi nell’erogazione del servizio e a lasciare una maggiore libertà ai privati coinvolti nella gestione dei sistemi di welfare. L’ente pubblico in questo senso dovrà assumere sempre di più il ruolo di garante della qualità dei servizi, nonché di soggetto preposto alla valutazione dei risultati degli stessi, e sempre meno quello di gestore diretto del servizio. Il fattore che più di ogni altro qualifica il welfare sussidiario rispetto ad altre concezioni e modelli è la sottolineatura sulla funzione solidaristica del welfare. La coniugazione tra sussidiarietà e solidarietà è infatti la base per lo sviluppo di un approccio innovativo al welfare. Senza solidarietà la sussidiarietà rischia infatti di scadere nel particolarismo sociale, di essere cioè risposta a bisogni di nicchia e non soluzione ad una più vasta serie di problematiche di carattere sociale. La solidarietà senza sussidiarietà rischia di restare assistenzialismo, non rispettando appieno la dignità dell’utente e non determinando dunque passi in avanti rispetto a molti degli attuali sistemi di protezione che si trovano in crisi. Il momento storico contingente fa percepire con chiarezza quale importanza assuma lo sviluppo di un sistema che continui a tenere in conto il principio solidaristico, poiché proprio coloro che si trovano in condizione di maggior disagio rischiano di vedere peggiorare la propria condizione a causa della contrazione della spesa pubblica.

 

La tassazione alle famiglie attuata dal governo Monti, era indispensabile?

Credo che la priorità avrebbe dovuto essere quella di ridimensionare certi punti clientelari dello Stato centrale, mentre sono state tassate le realtà locali, con un impatto diretto su famiglie e realtà sociali. In Francia, una politica economica fortemente orientata al sostegno
delle famiglie impegnate nell’aiuto ad anziani e disabili, e nella crescita ed educazione dei minori, ha fatto sì che, anche nell’ultimo periodo di crisi, i consumi interni d’oltralpe non siano mai diminuiti. Per contro, non si può negare lo scarso peso che la famiglia ha nelle politiche economiche italiane di tutti gli schieramenti, al di là delle affermazioni di principio. In un suo recente lavoro, il professor Luigi Campiglio ha mostrato come la famiglia è un soggetto sociale, ed anche economico, dove sono tenuti presenti equità ed efficienza. La famiglia è fattore di equità perché è un naturale ammortizzatore sociale capace di difendere e ridare forza alle cosiddette fasce deboli: i giovani in cerca di prima occupazione, gli anziani, i disabili, gli inabili, i disoccupati.

 

Cosa deve fare il privato sociale in questo panorama?

Il privato sociale, in questo quadro, deve pensarsi come impresa sociale, cercare efficienza, efficacia, essere cosciente del proprio valore. Ricordo che il 38% dei fondi del privato sociale non viene dalla pubblica amministrazione e questo è molto importante, vuol dire che le famiglie investono. Si ha così un privato sociale che cerca di stare sul mercato, non un mercato liberista, ma inteso come punto in cui si allocano le risorse in modo efficace.

La famiglia è fattore di equità perché è un naturale ammortizzatore sociale capace di difendere e ridare forza alle cosiddette fasce deboli: i giovani in cerca di prima occupazione, gli anziani, i disabili, gli inabili, i disoccupati

 
RICETTE DELLE NUOVE FAMIGLIE D’ITALIA
Il cous cous amato dagli stranieri. Il risotto di zucca preferito da Francesca e Margherita. Il vinegret, piatto forte della coppia italo-russa. Sono alcuni dei suggerimenti racchiusi in “Ricette delle Nuove Famiglie d’Italia” (Pendragon), un ricettario anomalo, curato dalla giornalista bolognese Benedetta Cucci, che guarda alle “nuove tipologie” di famiglie che non sono riconosciute dalla legge, ma sono tali nella vita di tutti i giorni perché convivono, fanno scelte, mangiano insieme, cucinano e sognano. Un mix di proposte gastronomiche insieme a storie di vita quotidiana, scritte da studenti che condividono
case, single, coppie gay e lesbiche, stranieri, ciascuno con le proprie abitudini a tavola. Ne deriva una cucina “tricolore”, dai sapori africani, asiatici, emiliani, romani, siciliani, che si apre al cambiamento senza dimenticare la tradizione.
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