Charlotte Rampling è la protagonista di “Tutto parla di te”, il film di Alina Marazzi in uscita nelle sale italiane che affronta i tabù della maternità. “C’è una felicità sconosciuta ma anche il sacrificio della propria libertà. È fantastico e orribile al tempo stesso”

 

“Ero con mio figlio appena nato quando una donna mi si avvicinò dicendomi con un sorriso: ‘Che belli i bambini quando sono in braccio agli altri’. Una frase all’apparenza banale che mi fece riflettere sulla conflittualità che può manifestarsi nel rapporto madre-figlio”.
Così Alina Marazzi, già regista di “Un’ora sola ti vorrei” e “Vogliamo anche le rose”, racconta la genesi del suo nuovo film, “Tutto parla di te”, applaudito al Festival di Roma e in uscita nelle sale il 4 marzo.
Una pellicola per riflettere sulla maternità, o meglio su quel sentimento in bilico tra l’amore e il rifiuto per il proprio bambino, tra il non sentirsi all’altezza e le responsabilità
che implica.
Un’ambivalenza difficile da raccontare senza cadere nella retorica, per questo Marazzi ha assemblato il suo film mescolando diversi linguaggi e affiancando alla finzione cinematografica interviste vere fatte a neomadri che hanno attraversato traumi e drammi legati alla nascita di un figlio.
Ma soprattutto la regista si è affidata al talento di Charlotte Rampling, splendida ultrasessantenne, e a quel suo sguardo capace di esprimere tutte le sfumature dei sentimenti, delle inquietudini, delle ambiguità dell’animo umano.
“Per me un film è un viaggio con un personaggio – ha spiegato Rampling – che ho bisogno di vivere con lui. Quando Alina mi ha parlato di Pauline, la donna che interpreto nella pellicola, ho capito subito che questo sarebbe stato un viaggio interessante, da fare anche insieme alla regista. È un personaggio che abbiamo costruito insieme, pezzo per pezzo, a partire dalle nostre esperienze personali come madri, sul rapporto con i nostri
figli, le nostre famiglie”.
Pauline è una donna che dopo anni di lontananza torna a Torino e riprende contatto con Angela conosciuta all’estero tempo prima, e che ora dirige un Centro per la maternità. Qui Pauline intraprende una ricerca sulle vicende e i problemi delle mamme di oggi.
Un’esperienza che anche per l’attrice francese, madre di tre figli, come per molte donne, non è stata immediata né semplice.
“Quando ero incinta del mio primo figlio – prosegue l’attrice – ero subissata dai consigli di mia madre, di amici e conoscenti, ma fino a quando non ti trovi in braccio il tuo bambino e la tua vita non cambia radicalmente non è possibile capire. Si prova una felicità sconosciuta ma senti anche le rinunce e i sacrifici, quello della libertà prima di tutto. La maternità è amore e rifiuto, è tremenda e magnifica. Il mio rapporto con i miei figli è terribile e fantastico al tempo stesso”.
Per questo, dopo aver rifiutato molti copioni ha accettato di prender parte a questa produzione. “Ho detto di sì – spiega – perché in quest’opera coraggiosa si svela la maternità senza tabù, senza nascondere le verità scomode.
Come il fatto che non tutte le donne posseggono l’istinto materno o che essere madre può anche traumatizzarti. Inutile fare finta di niente, non nascondo che è successo anche a me”.
Traumi talvolta legati anche all’assenza dei padri, fisiche o psicologiche.
“Le donne non sono felici – osserva l’attrice – pensano di potersela cavare da sole a tirar su i figli senza i padri, ma il risultato è che hanno spaventato gli uomini, forse si sono spinte troppo in là”. Lei intanto da uno dei suoi figli Barnaby Southcombe si è fatta dirigere sul set di “Io, Anna”. “Devo essere stata una madre davvero tremenda – scherza – se uno dei miei figli, per il suo esordio come regista sul grande schermo, mi ha proposto di interpretare il ruolo di una donna completamente pazza…”.

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