FAMIGLIA È…
Intervento di ALESSANDRO BERGONZONI
comico, attore, scrittore, artista

Figli, padri, madri, genitori, fratelli e sorelle. Abbiamo chiesto ad Alessandro Bergonzoni, maestro di pensieri e parole, di raccontarci la sua idea di nucleo familiare. Lo ha fatto restituendo senso e sostanza a concetti a volte troppe abusati e rivolgendo a tutti noi un invito: uscire dagli spazi chiusi e da visioni ristrette, convenzioni e legami di sangue

Famiglia, miglia e miglia, e senza fermarsi mai… Se non quando qualche figlia recita il padremostro, o quando certi antiuomo uccide o violenta spezzando qualche ramo dell’albero geneologico. Non è sangue come molti credono o chiedono: la famiglia è senso. La parentela non c’entra o meglio non solamente. Si tratta di altri connotati di altra prole, di diverse paternità, fratellanza, maternità, eternità-alterità. L’ereditarietà di cui vorrei parlare ha altre strade che non possono finire con testamenti, se non quelli non scritti, con altri Karma, con scelte che si fanno ben prima di nascere o di esser concepiti, o nati a qualsiasi mondo. Innati, sconclusio-nati, iber-nati, mari-nati, alluvio-nati, incar-nati, gover-nati, abbando-nati, riordi-nati, scompagi-nati, rovi-nati… Molti uomini dicono “I figli non li concepisco…”: apparentemente posson sembrare motivi anatomici, ma certe volte non solo; si tratta di non avere nemmeno un’idea del bambino, che addirittura molte madri credono loro, proprio. Non si dovrebbe mai dire: “Ho avuto un figlio” ma “È nato un figlio”. Fatemelo ripetere fino alla noia che per i genitori i figli dovrebbero essere come degli autostoppisti: li carichi ad un certo punto della vita e poi devono scendere ad un altro punto (e viceversa). Abbiamo un’idea di famiglia troppo legata alla convenzione, alle biografie, alle storie, al coinvolgimento personale. La famiglia vive anche un altrove che lega atavicamente sconosciuti che conosceremo e che fanno parte di un cosmo ben più comprensivo (anche se apparentemente incomprensibile, e incompreso). Esistono famiglie di idee, di azioni, di gesti, di volontà, di intenzioni, che trascendono dalle anagrafi: son fatte da fili, fili di un dio minore e maggiore, fili adottivi, fili putativi, fili non riconosciuti né riconoscibili. E non c’è burattinaio che tenga e che li tenga: a muoverli è appunto quel senso di cui ho detto all’inizio, il settimo senso parallelo al settimo cielo, a quella gioia di essere insieme e un insieme, coagulo e terra, humus e sumus, nuovi moventi che rimandano a fonte e genesi ben oltre il genoma o la chimica dominante. Certo tutto questo non toglie valore a quel senso civico e civile, sociale e societario, che la famiglia in quanto tale muove: diritti, doveri, attenzioni, bisogni, scambi, unioni, condizionamenti, regole norme. Ma come ripeto ossessivamente sempre, è dell’enorme che vorrei parlare non delle leggi che affiorano, ma appunto di quel granché che sta sotto che è la forza il motore propulsivo di ogni essere verso tutti gli esseri, quel cosmico universale che nessun legislatore o costituzionalista può delineare, perché tratta di anima mundi e non di appartenenza o stirpe territorial-geografica. La famiglia carceraia, la famiglia dei malati, la famiglia animale, la famiglia dei morti, la famiglia dei soli, la famiglia agli antipodi, la famiglia degli invisibili. Troppo ci si sofferma sull’aspetto religioso amministrativo giurisprudenziale e poco su quello spirituale metafisico, fissati come siamo sul tema della contemporaneità, attualità o contingenza. Ci sono altri nodi che non vanno sciolti e che servono per ricordare altra memoria, altra coscienza universale. Sembra che ci si accorga solo di certi vicini di certi dirimpettai di un solo condominio, il nostro, quasi non riuscissimo a vedere più in là delle nostre case, dei nostri primi piani, incapaci di usare ascensori che escano dai nostri palazzi (privati, politici, istituzionali) e che dovrebbero spingerci su un altro piano, ad altri livelli, per avere una visone dello strato più che dello stato delle cose. Spesso la cosiddetta “famiglia” sembra un alibi per chi deve imporci la visione dogmatica del convivere, come unica salvezza che pulisce lo sfascio che permettiamo attorno, la devastazione che lasciamo che sia, in nome appunto della “bontà” che l’unica idea di famiglia può creare. Il bene tra chi si ama o dice d’amarsi, ha ancora sfaccettature che fatichiamo a notare, ha altri lati, aree, perimetri che solo perché immisurabili non vengono presi in considerazione.
La considerazione non può fermarsi al conosciuto o al limitrofo, né al nostro tempo o al nostro e basta. Fare ancora miglia e miglia significa anni luce di cammino, uscendo dalla nostra orbita, dalle nostre uniche usanze e abitudini, da quel programma che ci vuole vedere solo sorelle, fratelli, madri, padri, nuclei definiti, spazio chiuso, momento.

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