ARTURO BRACHETTI: MILLE PERSONAGGI MA SONO UN INGUARIBILE PETER PAN
Intervista a ARTURO BRACHETTI
Attore, cabarettista, trasformista e regista teatrale

Il re dei trasformisti, tra gli artisti più amati al mondo si racconta. A partire dallo spettacolo “Allegro un po’ troppo” e al lupo delle favole che dobbiamo imparare ad accogliere se vogliamo un futuro migliore. Per tutti

 

 

È l’uomo dai mille volti, il re dei trasformisti, uno degli artisti italiani più noti e amati al mondo. Cresciuto a Corio Canavese, provincia di Torino, ha scoperto il suo talento dai Salesiani. Mentre uno degli ultimi spettacoli è stato “Allegro un po’ troppo” dove si è confrontato con la fiaba di Pierino e il Lupo. E con i diritti di chi, come in questo caso, viene cacciato. “Perché forse – spiega – non sempre è questa la soluzione giusta” osserva Brachetti. Che qui si racconta e racconta del mondo che vorrebbe, se le sue “magie” avessero il potere di cambiare anche la realtà in cui viviamo.

Da dove trova l’ispirazione per i suoi spettacoli?
“Credo che lo spettacolo, così come la magia, abbia una stretta relazione con il sogno. Chi va a teatro vuole vivere una vita diversa da quella di ogni giorno e anche gli artisti stessi vogliono sognare e far sognare. Traggo ispirazione dalle fantasie a cui posso dare corpo”.

Quali sono invece i personaggi che la ispirano?
“Dipende. Per esempio per ‘Brachetti, ciak si gira’ ho portato sul palcoscenico tutti i miti della mia infanzia, i personaggi dei grandi film americani, ma ho fatto rivivere anche Giulietta Masina de ‘La strada’ di Fellini”.

Per mestiere lei incarna persone sempre diverse. Che cosa significa per lei la parola ‘persona’?
“Essere unico: ognuno di noi è un pezzo originale, che non ha uguali. E ognuno di noi deve trovare una propria vocazione. Quando ero in seminario, dove i miei genitori mi mandarono a studiare da ragazzo, incontrai un prete, Don Silvio Mantelli, che mi avvicinò alla magia.
Fu lui a dirmi che non è importante avere ‘la’ vocazione, ma ‘una’ vocazione. Ecco credo che la persona sia un essere unico in cerca della propria vocazione. I fortunati la trovano prima, altri dopo, altri ancora continuano a cercarla”.

Per le sue performance le piacciono di più i “buoni” o i “cattivi”?
“Non credo che esistano in assoluto personaggi buoni o cattivi, così come non esistono le persone che sono esclusivamente una o l’altra cosa. Tutti noi abbiamo un po’ dell’uno e dell’altro, dipende da come lo usiamo. Certo, in scena le caratteristiche vengono esasperate perché arrivino al pubblico immediatamente”.

Nel suo spettacolo “Allegro un po’ troppo” si è di nuovo confrontato con la favola di Pierino e il lupo. Lei pensa che le fiabe oggi abbiano ancora un ruolo educativo?
“Credo che le fiabe abbiamo un ruolo importante perché permettono di afferrare concetti essenziali in maniera semplice. Però vanno attualizzate; basti vedere il personaggio del lupo. Chi è il lupo oggi? Molto probabilmente il diverso, l’emarginato. Credo che dovremmo domandarci più spesso se cacciarlo come nella fiaba sia la vera soluzione”.

Pensa che l’arte possa essere di aiuto nel cercare questa soluzione?
“Può farci pensare. Guardi, le faccio un esempio concreto. In ‘Allegro, un po’ troppo’ c’è ‘“Pierino e il lupo’, fatto alla mia maniera. Per cui i personaggi prendono vita, o perché li facevo vivere io con diverse tecniche, o perché erano presenti sul palcoscenico in carne e ossa. Il lupo per esempio, è stato disegnato da un bravissimo artista, un pittore che si chiama Andrea Aste. Ma come dicevo prima, il lupo oggi chi è? Magari è lo straniero che viene in Italia in una situazione precaria. Così per stimolare la riflessione del pubblico ho fatto fare il Lupo ad Andrea; l’ho vestito con un vecchio cappotto, l’abbiamo arruffato e sporcato e mandato in mezzo al pubblico nel foyer. Chiedeva aiuto, spiccioli. La gente non capiva, lo allontanava, finché poi all’inizio dello spettacolo, saliva sul palco mostrando le sue capacità mirabolanti. Credo non ci sia bisogno di dare una spiegazione della morale”.

L’Italia soprattutto in tema di quelli civili è molto indietro rispetto agli altri paesi europei. Lei crede che le cose cambieranno mai?
“Non saprei dire se le cose possano cambiare o meno. Credo però che lo scambio continuo con gli altri Paesi, il confronto costante, possa essere un arricchimento per tutti, anche per quanto riguarda i diritti civili”.

A questo proposito, lei è uno dei pochi artisti italiani famosi all’estero. È fiero di essere ambasciatore del suo paese?
“Mi piace difendere sul palco gli elementi distintivi della nostra identità: la fantasia, il gusto del bello, l’ironia. Certo ci sono momenti in cui non è stato semplice essere italiani all’estero ma è bello vedere che esistono valori che sono considerati italiani per eccellenza e che comunque sono inarrivabili dagli altri. Penso all’arte, allo stile e alla moda”.

E se invece con una delle sue magie potesse cambiare le cose da quale dei tanti diritti negati le piacerebbe cominciare?
“Ce ne sono tante di cose che bisognerebbe cambiare e migliorare e proprio per questo spesso mi presto gratuitamente per campagne di sensibilizzazione nei progetti in cui credo. Forse una delle cose più urgenti, a livello planetario, è dare a tutti i bambini e le bambine
il diritto di accedere all’istruzione. Nei nostri paesi è ovvio ma in moltissimi altri non è così. Vorrebbe dire dare loro un’occasione per una vita diversa”.

Dei suoi mille personaggi chi le piace di più? E qual è quello che più le somiglia?
“Sicuramente Peter Pan, il sogno dell’eterna giovinezza, il desiderio di non crescere mai per continuare a vedere il mondo con lo sguardo stupito di un ragazzino. In fondo io mi sento come un adolescente di 13 anni rinchiuso nel corpo di un uomo di 55”.

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