LA VIOLENZA SI ANNIDA TRA LE MURA DOMESTICHE
Intervista a SERENA DANDINI
conduttrice televisiva e autrice e LAURA MISITI demografa e ricercatrice

Con ‘Ferite a morte’, prima libro, oggi spettacolo teatrale Serena Dandini ha voluto restituire voce e dignità alle 100 donne che in Italia ogni anno vengono uccise da mariti, fidanzati, fratelli

 

 

“Avevamo il mostro in casa e non ce ne siamo accorti, l’ha detto mia mamma agli inquirenti, avevamo il mostro in casa e non ce ne siamo accorti. Era lì che fumava vicino al caminetto e non ce ne siamo accorti, avevamo il mostro proprio in casa e non ce ne siamo accorti, guardava la partita e non ce ne siamo accorti”. Comincia così “Ferite a morte”, una spoon river italiana per restituire la parola alle donne vittime del femminicidio. Prima libro, poi spettacolo teatrale, il progetto di Serena Dandini in collaborazione con la demografa e ricercatrice del Cnr Maura Misiti, che ha studiato il fenomeno del femminicidio, nasce per fermare la violenza contro le donne. Per questo il 26 di giugno la tournée approderà al Parlamento europeo, mentre a ottobre “Ferite a morte” sarà con tutta probabilità rappresentato a New York nel Palazzo di vetro dell’Onu. Mentre nel nostro Paese dalle autrici di Ferite a morte è partito un appello per gli Stati generali contro la violenza sulle donne che ha coinvolto intellettuali, conduttori, giornalisti, uomini e donne di spettacolo. Ecco come ci sono riuscite.

Come nasce l’idea e perché?
Serena Dandini: “Ho letto decine di storie vere e ho immaginato un paradiso popolato da queste donne e dalla loro energia vitale. Sono mogli, ex mogli, sorelle, figlie, fidanzate, ex fidanzate che non sono state ai patti, che sono uscite dal solco delle regole assegnate dalla società, e che hanno pagato con la vita questa disubbidienza. Così mi sono chiesta: e se le vittime potessero parlare?”.

Maura Misiti: “È dal 1997, cioè da quando è nato il Ministero della pari opportunità che studio la violenza sulle donne. Quando mi ha chiesto di collaborare mi è parsa una grande opportunità quella di usare uno strumento potente come quello della drammaturgia”.

Di cosa si parla quando parliamo di femminicidio
SD: “È una carneficina sottovalutata, ancora oggi si parla di delitto passionale, di raptus improvviso quando il femminicidio è la punta di un iceberg: dietro a queste morti c’è la violenza domestica maschile su donne inermi in case”.

M.M: “Le cifre parlano chiaro, il numero di omicidi è calato, ma mentre a diminuire sono le vittime di sesso maschile, le donne uccise sono sempre le stesse. E questo è vero in tutto il mondo. Il femminicidio è questo”.

Eppure molti ritratti di donne sono anche ironici.
S.D. “Volevo che, almeno da morte, potessero raccontare la loro versione. Anche per liberarle dalle pagine di cronaca nera o dall’accanimento di certi talk show, dove spesso diventano cadaveri da vivisezionare e così vengono uccise una seconda volta. Spesso chiamate per nome con una familiarità quasi oscena”.

M.M. “Ci siamo ispirate a storie vere ma poi le abbiamo rielaborate, proprio per sfuggire alla morbosità dei media. Anche se a ispirarci è stata la morte di Carmela Petrucci, la ragazza palermitana accoltellata per difendere la sorella dalla furia dell’ex fidanzato. A Palermo abbiamo incontrato i suoi compagni di classe”.

C’è qualcosa che accomuna queste donne?
S.D: “Che si tratta quasi sempre di morti annunciate. Sono donne uccise per mano di uomini che avrebbero dovuto amarle e proteggere in una comunità dove tutti sapevano, ma nessuno si è mosso per difenderle o se lo ha fatto ha fatto troppo poco”.

M.M.: “Sì, sono quasi tutte donne che avevano deciso di lasciare i propri uomini, talvolta proprio per non subire più violenze”.

Come contrastare il fenomeno?
S.D.: “In Italia una donna ogni due o tre giorni muore per mano di un marito, un amante, un fidanzato, un ex compagno e nonostante ciò non esiste un monitoraggio nazionale. Non ci sono dati ufficiali sul femminicidio e i numeri che abbiamo arrivano dal Centro delle donne di Bologna”.

M.M: “Chediamo che l’Italia ratifichi la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne come richiesto dalla Convenzione “No More!” di cui facciamo parte e che da tempo si batte sull’argomento. Non servono tanto nuove leggi ma semmai una legge quadro che riordini quelle che ci sono per poi farle applicare”.

Dal libro allo spettacolo teatrale “Ferite a morte” oggi è quasi un soggetto politico.
S.D: “La violenza sul corpo delle donne è una questione politica, riguarda la convivenza civile all’interno della nostra società. Ancor prima che materia giuridica, è emergenza culturale. Coinvolge tutti, uomini e donne. Per questo chiediamo al Governo di convocare con massima urgenza gli Stati Generali contro la violenza sulle donne. La lotta contro ogni forma di sopruso, fisico e psicologico, verbale e virtuale, deve essere la priorità dell’agenda politica di Governo e Parlamento.

M.M: “È una responsabilità che ci siamo assunte. In questi mesi oltre che i teatri siamo andate nelle scuole, abbiamo incontrato le associazioni attive sul territorio. Per fermare la violenza bisogna partire dalla prevenzione come altri Paesi hanno già fatto e attivare una rete di servizi che funzioni prima che sia troppo tardi”.

Le donne al potere sono bravissime, sono più fedeli e leali, anche troppo poco carrieriste e siccome so per esperienza che cosa significa dover conciliare lavoro, figli, famiglia, cerco di consentire alle persone di conciliare i tempi lavorativi con quelli umani

 

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