COSÌ AGORÀ DIGITALE SI BATTE PER IL DIRITTO ALLA TRASPARENZA
Intervista a MARCO CIAFFONE
Responsabile editoriale Agorà Digitale

Un’associazione no profit che si batte perché la politica non si lasci sfuggire le opportunità che le nuove tecnologie offrono. In grado di smuovere centinaia di cittadini. In nome della democrazia

 

 

 

Si chiama Agorà digitale ed è la principale associazione no profit che in Italia promuove lo sviluppo digitale del Paese. È nata da un gruppo sparuto di giovani preparati e molto attivi a diffondere idee e strumenti che vanno nella direzione di maggiori diritti civili, maggiore democrazia, maggiore accesso all’informazione, maggiore sviluppo economico e innovazione. Tutto grazie alla rete. Una piccola realtà che sta facendo scuola. Grazie agli obiettivi ambiziosi e soprattutto ai risultati sorprendenti.

“Abbiamo Wikipedia perché qualcuno ha avuto la pazzia di sviluppare un software che permetteva a chiunque di collaborare ad una enciclopedia pubblica. Abbiamo Linux perché un ragazzo finlandese dopo aver sviluppato uno dei migliori sistemi operativi al mondo ha deciso di renderlo open source, ovvero utilizzabile gratuitamente da chiunque. Ora è il tempo che qualcuno sviluppi ciò che serve ad un governo” spiega Marco Ciaffone,  responsabile editoriale di Agorà.

E che cosa serve a un governo?
“Dal nostro punto di vista, innanzitutto, la consapevolezza di quanto la cosiddetta rivoluzione digitale possa generare, rafforzare e diffondere in termini di idee e proposte che possano nutrire una politica finalmente alta, a partire da quella che è attualmente una delle nostre battaglie principali: la trasparenza”.

Il che tradotto in pratica che cosa significa?
“Di impegnarsi ad aprire un canale aperto e diretto con i cittadini, per rispondere alle loro domande su pagamenti, sovvenzioni, contributi e altri investimenti finanziari delle amministrazioni e di riconoscere formalmente questo diritto di conoscenza a ogni singolo cittadino. Chiediamo a chi sta “dentro il palazzo” di agire affinché la trasparenza non resti solo uno slogan. Dall’altro, chiediamo a chi amministra Comuni, Regioni e Province di impegnarsi ad allinearsi alla disciplina degli open data”.

A proposito di open data, sono stati per voi un importante banco di prova.
“Sì, è una delle nostre recenti vittorie. Il governo Monti con l’articolo 18 del decreto Sviluppo aveva reso obbligatoria per tutte le amministrazioni la pubblicazione di tutte le spese superiori ai mille euro. Poi però si sono verificati due problemi, il primo, molto italiano, è stato relativo alla tempistica per cui quasi nessuna amministrazione ha rispettato i tempi di pubblicazione, il secondo, è una lacuna della legge: dal momento che non esiste uno standard unico di pubblicazione dei dati. Senza uno standard condiviso diventa impossibile mettere i dati a confronto”.

Meglio che niente verrebbe da pensare
“Così servono a poco. Per noi la trasparenza non ha come obiettivo principale solo quello di fare pressione sugli amministratori affinché non ci siano sprechi o peggio casi di malaffare. Per noi la trasparenza e gli open data sono fondamentali per mettere in circolo le buone pratiche. Funziona solo se c’è la possibilità di comparare, ad esempio, i dati di una regione con quelli di un’altra, altrimenti diventa un esercizio sterile”.

Cosa avete fatto allora?
“Abbiamo lanciato un appello ai cittadini, lo abbiamo chiamato l’Era della Trasparenza, un progetto di citizen activism con un obiettivo preciso: tracciare un monitoraggio di quanto siano trasparenti le amministrazioni attraverso i loro siti internet. Gli enti da monitorare erano svariate migliaia, considerando anche che il tempo a disposizione era pochissimo. Il risultato invece è stato straordinario, perché i cittadini hanno risposto a centinaia. Hanno verificato, sito per sito, i presidi online delle Pubbliche Amministrazioni, concentrandosi in particolare su Comuni, Province e Regioni, seguendo una checklist precisa degli elementi da valutare, e producendo uno dei più grandi progetti di giornalismo partecipativo e collettivo
dell’informazione italiana”.

Il risultato?
“No, le Pubbliche Amministrazioni italiane non sono trasparenti. Sul sito Dataninja.it si possono consultare i dati suddivisi per area territoriale e ciascuna provincia ha un indice di conformità calcolato in base al rapporto tra siti online considerati più o meno trasparenti. E purtroppo dalla nostra indagine certi stereotipi sono confermati: meglio il nord che il sud e meglio le amministrazioni a forte presenza femminile rispetto a quelle a prevalenza maschile”.

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