RIFLESSIONI DI UN PADRE QUARANTENNE
PIETRO SEGATA
Presidente Cooperativa Sociale Società Dolce

Fatico ancora oggi ad essere un buon padre. Non so se sono stato, e sono, il figlio che meritano i miei genitori. Sicuramente ancora oggi sono un pessimo fratello. Ho perso per strada tanti dei miei migliori amici. Convivo da sempre con tutte queste insicurezze che possono generare in chi mi osserva attentamente, vere e proprie incertezze. Sovente mi sono interrogato sul perché allora così tante persone abbiano deciso di affidarsi alla mie cure e alla protezione che offriva la Cooperativa, che guido oramai ininterrottamente a Bologna sin dalla sua fondazione. Il destino infatti, che spesso è cinico, mi ha riservato, pur con questi evidenti difetti, la conduzione e la guida, da più di vent’anni, di una Cooperativa Sociale, Società Dolce, che, nella mia città e in tante altre comunità in cui è presente, ha istituzionalmente la funzione di sostenere, senza scopo di lucro, persone fragili che necessitano di aiuto. Mi sono arreso e da predestinato, quale evidentemente sono, nutrendo su di me i dubbi che vi ho appena rappresentato, ho voluto circondarmi di amici e colleghi che, meglio di me, potessero rispondere con appropriatezza ai bisogni che le persone che abbiamo accolto avevano o manifestavano di avere. Ho messo a loro disposizione le mie migliori doti: una discreta capacità lavorativa, una allenata pazienza, “cuore” e “cervello”. Con questa essenziale cassetta degli attrezzi ho cercato di costruire un ambiente accogliente e professionale che potesse adeguatamente rispondere alla complessità della sfida da noi intrapresa. Nata alla fine degli anni “ottanta” la nostra realtà, ancora fragile, sosteneva marginalmente i due pilastri del nostro solido sistema di “welfare state”: lo Stato e la Famiglia. Più Stato e meno Famiglia al Nord, meno Stato e più Famiglia al Sud. Un edificio che, non sotto i colpi di un evento traumatico, si è sgretolato lentamente ed oggi richiede alle forze collettive, presenti in gran numero nella nostra società, di essere una terza colonna sulla quale fondare quel “welfare comunitario”, la cui sostenibilità non potrà essere messa in discussione dalla minor produzione di ricchezza nel nostro paese per alcuni prossimi decenni. La Cooperazione Sociale in genere, la Società Dolce in particolare, sono stati i protagonisti, quindi, di questa rivoluzione copernicana dei tempi moderni. Alle nostre realtà i cittadini rivolgono e rivolgeranno, sempre più, lo sguardo, richiedendo quel sussidio che in passato era garantito dallo Stato e dalla Famiglia. Due soggetti privati quindi entreranno in una relazione diretta attivando uno scambio di forte mutualità. Scambio che per sua natura è e sarà asimmetrico, tra un soggetto collettivo che appare forte, socialmente ed economicamente, ed un individuo spesso solo, senza Famiglia, e fragile, il tutto in assenza di gravità, ossia senza lo Stato. Le nostre realtà stanno assumendo, via, via, una nuova responsabilità oserei dire pubblica, a cui dovrà corrispondere una sempre più forte responsabilità professionale, una consapevolezza ed una diversa etica. Noi saremo presto i custodi del diritto alla felicità delle persone che ci vengono affidate.

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