VI RACCONTO IL MIO SKIANTO
Intervista a FILIPPO TIMI
Attore

Filippo Timi torna a teatro con un monologo per portare in scena la storia di un ragazzo disabile. Uno spettacolo a metà strada tra il racconto autobiografico e la necessità di andare oltre se stessi

“Per un anno e mezzo ho calcato le scene di tutta la penisola come Don Giovanni, poi a un certo punto, ho sentito il bisogno di tirare il freno, di tornare alle origini”. Filippo Timi, uno dei nostri attori più talentuosi e celebri, di tanto teatro e cinema, racconta così la genesi di “Skianto”, il nuovo spettacolo teatrale in cui veste i panni di un disabile. Per farlo è tornato alla scrittura in prima persona, per altro in dialetto umbro, e al monologo. Uno spettacolo autobiografico – il protagonista in scena si chiama Filo e nella locandina campeggia una foto di Timi ragazzino – ma dal valore universale.
Filo infatti guarda i cartoni, Goldrake, Candy, ama cantare, sogna di diventare un pattinatore artistico. E soffre perché sa che non potrà mia realizzarli.

Timi, come è nato Skianto?
Ispirandomi al mio disagio personale. In Skianto il ragazzo disabile sono io, racconto una condizione estrema, cercando di rivelarne l’universo interiore, inaccessibile a chi lo circonda. Ma c’è anche l’esperienza di Daniela, mia cugina nata con la scatola cranica sigillata.

Ci può dire di più?
Da bambino la frequentavo molto, perché viveva vicino a me e, come tutti i bambini, non coglievo le implicazioni del suo stato. Quello che forse Daniela mi ha dato è la possibilità da bambino, quando si è privi di pregiudizi, di entrare in relazione con la sua disabilità senza farmene spaventare, lei per me era la ‘cugina magica’. Avevo anche un compagno di classe disabile, Andrea. Fare merenda con lui era una festa. Ero allegro a quell’età e non mi rendevo conto delle implicazioni e del dolore che c’era dietro, per me erano solo bambini speciali.

E il pubblico come reagisce?
Con grande pudore. La prima parte dello spettacolo è divertente, si ride. È un po’ la mia cifra quella di essere tragico e leggero insieme. Non volevo far piangere, né suscitare pietismo. Sono atteggiamenti che allontanano le persone dalla disabilità. Io volevo mostrare che dentro a quell’essere, che non riesce a comunicare, si nasconde un mondo, ma anche che tutti noi abbiamo una scatola cranica sigillata. Siamo chiusi dentro un nostro mondo.

Portare in scena quel mondo, forse, può far cambiare la prospettiva al pubblico sulla disabilità mentale?
Magari: sarei felice di avere almeno instillato il dubbio che dentro quelle persone c’è una grande vitalità. Ogni spettacolo è politico, è etico. Io chiedo al pubblico di credere che dentro a ogni essere c’è un mondo sconfinato. A me basterebbe che dopo aver visto il mio spettacolo gli spettatori entrassero in crisi. Sarebbe già molto. Ma non è una cosa a cui penso prima.

A questo proposito che ruolo pensa abbia la scuola per questi bambini?
È l’unico sostegno che spesso le famiglie hanno, l’unica ancora per vivere una parvenza di normalità, oltre che l’occasione, così come è stata per me, per gli altri bambini di non aver paura della disabilità.

Lei è un attore di successo, anche se soffre di balbuzie ed è ipovedente a causa della sindrome di Stargardt. Non sono disabilità gravi, ma forse sfide importanti per un attore.
Da questo punto di vista mi sento già risarcito, ho una mia compagnia teatrale con cui porto in giro spettacoli. Adesso la sfida è guardare oltre me. Ho da poco compiuto i 40 anni, ho un cane, ho un mutuo. Sarà banale ma cerco di andare oltre me stesso.

Come si è preparato allo spettacolo?
Frequentando l’associazione Amici di Tog che cura i bambini con gravi problemi neurologici, ora ne seguono gratuitamente 100. Li ho invitati alla prima di Skianto, dedicandogli lo spettacolo. È stato molto toccante.

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