LEGGE 104: una dolce conquista all’inclusione scolastica
CARLA FERRERO
Vice Presidente COOPERATIVA SOCIALE SOCIETA' DOLCE

Selleri, Battaglia, Chiodini, Ancona sono i nomi di alcuni servizi per disabili di Società Dolce, ma sono soprattutto le persone che, negli anni ’70, diedero voce ai diritti delle persone disabili portando alla redazione della legge 104. Erano un gruppo di persone bolognesi con storie diverse che, nel fulgore degli anni della rivendicazione dei diritti, si unirono con professionalità con un unico obbiettivo: la parità di cittadinanza per le persone disabili.
Iniziarono da quello che sembrava lo scoglio più duro, il diritto alla scuola. Non il diritto all’istruzione perché la filosofia della legge 104 si basa sul diritto alla cittadinanza, a partecipare alla vita in una società inclusiva. Un approccio seguito, a livello europeo, in Italia, Portogallo e Grecia; negli altri paesi è stata fatta la scelta delle scuole speciali o istituti dove l’obbiettivo è raggiungere un livello di istruzione in linea con le proprie capacità. Se ci si basa sul diritto all’istruzione questo può comportare il rischio dell’esclusione di coloro che non hanno sufficienti capacità di apprendimento. Su questi diversi approcci partecipiamo ad un confronto continuo nell’ambito della European Agency for Special Needs and Inclusive Education. Nella stagione dei diritti se ne diffusero altri con tempistiche diverse: la chiusura dei manicomi, il diritto delle donne al lavoro, a cui inizialmente risposero i Comuni che avevano per la prima volta la gestione in autonomia dallo Stato con conseguente incremento di dipendenti pubblici. Il blocco delle assunzioni da parte degli enti locali comportò il trovare nuovi soggetti che rispondessero a bisogni diventati diritti: nacquero le prime cooperative sociali. In questo contesto nacque, nel 1988, Società Dolce e, dall’anno seguente, iniziò la gestione dei servizi integrativi scolastici. Il termine servizi integrativi riassume in sé due grandi risposte quali l’inclusione delle persone disabili nelle scuole e il potenziamento degli orari di apertura delle scuole per permettere ai genitori di recarsi al lavoro. In questi 25 anni, partendo dalla città di Bologna, siamo arrivati a dare risposta in Emilia Romagna e in Lombardia annualmente a 11.000 bambini e a sostenere l’inserimento scolastico di 800 ragazzi disabili e 2.000 minori con altri bisogni speciali.
Come ricordare che quella che viene ora considerata giustamente la normalità non lo era e non lo è ancora in molti paesi? Guardando il film del regista Plisson “Vado a Scuola” che evidenzia cosa significhi, in alcune parti del mondo, andare a Scuola e dove lo sguardo dei ragazzi protagonisti supera qualsiasi trattato, oppure leggendo le semplici parole di Malala all’ONU.
Negli anni si è evoluta la società italiana, come pure i suoi bisogni e, di conseguenza, i diritti. Vanno in questa direzione le “Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri”, la direttiva ministeriale “Strumenti d’intervento per gli alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica” e la proposta di legge sul “Sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita fino ai sei anni e del diritto delle bambine e dei bambini alle pari opportunità di apprendimento”, tutte con l’obbiettivo di migliorare la qualità in una scuola inclusiva che si basi sul riconoscimento dei nuovi e dei vecchi diritti. Abbiamo dunque la responsabilità di lavorare riconoscendo i diritti, nuovi o vecchi che siano, perché come diceva Gianni Selleri, mio amico oltre che mentore, “i diritti non si discutono, al massimo si spiegano”.

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