PIANETA TERRA ULTIMO ATTO: LA PAROLA A MARIO TOZZI
Intervista a MARIO TOZZI
Geologo, giornalista e divulgatore scientifico
di Federica Pagliarone
L’aver accelerato i cambiamenti climatici – principalmente attraverso un uso massivo delle fonti fossili – è una delle principali responsabilità dell’uomo, così come è sua responsabilità oggi fermarne le conseguenze
 

Volto noto della televisione, Mario Tozzi è un geologo, giornalista e divulgatore scientifico che con queste parole descrive molto chiaramente la crisi ecologica in corso. Non a caso Tozzi è testimonial del manifesto nazionale “Dalle fossili alle rinnovabili” per promuovere uno scenario energetico sostenibile e basato su fonti pulite. A questo proposito, gli abbiamo rivolto qualche domanda per capirne di più.

Di fronte all’emergenza dei cambiamenti climatici è importante scoprire le strade di un’economia alternativa, ma esistono davvero?

Forse siamo ancora in tempo per intervenire, non soltanto con palliativi come ridurre i gas serra solo di qualche punto percentuale o qualche consumo indotto.
Una riconversione ecologica della società a partire dalla struttura economica è possibile a patto che la questione ambientale sia sentita e condivisa dalla maggioranza degli umani. Oggi c’è spazio per un diverso sentire ambientalista fondato più che mai sulle scienze ecologiche e rivolto a sviluppare quella realtà economica che punta sulle fonti rinnovabili, sull’efficienza e sul risparmio delle risorse, saldando finalmente le esigenze ambientali con quelle del mondo produttivo.

Nel suo libro “Pianeta terra ultimo atto” afferma che tutti noi preferiamo ignorare ciò che la scienza ci prospetta come futuro, continuando a divorare e devastare il pianeta con l’illusione che alla fine sarà la tecnologia a salvarci. Lo scenario è davvero così devastante? Qual è lo stato di salute del nostro pianeta ed in particolare dell’Italia?

All’inizio del terzo millennio, forse per la prima volta, ci si trova di fronte all’aspetto cruciale che lega l’economia all’ecologia: l’uomo esaurisce risorse e fonti energetiche a un ritmo non sostenibile e, d’altro canto, incrementa i consumi e i bisogni indotti. Tutto questo ha un prezzo che viene pagato dalla Terra stessa o da altri uomini, tanto che se la parte povera del mondo volesse oggi consumare come quella ricca il pianeta sarebbe già nel baratro. D’altro canto la Terra è un pianeta dalle risorse limitate e l’attuale assalto portato dalla nostra specie sta disarticolando e distruggendo la biosfera intera, cosa che non porterà un gran vantaggio neanche a quegli uomini che oggi ne traggono profitto. Una crescita infinita del PIL non è, per definizione, possibile: eppure questo è ancora l’unico parametro ritenuto degno di considerazione. L’emergenza climatica indotta dalla crescita insostenibile – solo una perversione ideologica porta ancora qualche presunto esperto a dare responsabilità al fato o agli astri – verso la quale ci stiamo muovendo accelera e aggrava quei processi. L’attuale nostro modo di vita non è compatibile con il mantenimento dei cicli ecologici necessari alla sopravvivenza dei viventi, uomo compreso, ragione per cui saremo i primi a essere danneggiati dalla crisi ambientale. E non è un problema puramente tecnologico: qualsiasi tecnologia ha bisogno di materiali che provengono dalla Terra, e con che le fabbricheremo le cose e le macchine, quando le risorse finiranno? L’Italia sta soffrendo più di altri del cambiamento climatico ormai clamorosamente in atto: la sua atmosfera e i suoi mari si riscaldano più in fretta rispetto al resto d’Europa, conquistando il poco invidiabile primato di Paese a maggior rischio ambientale.

L’emergenza climatica dipende in larga misura dall’uomo, a suo avviso possiamo fare qualcosa per salvare il salvabile?

Gli scienziati suggeriscono due strategie, quella dei tagli delle emissioni inquinanti (dal 30 al 50%, altro che il 6% del protocollo di Kyoto) e quella dei possibili adattamenti, sostanzialmente una riconversione ecologica delle nazioni, Italia in testa. Il Climate Change Bill del Regno Unito indica che i costi della riconversione sono sostenibili e che, anzi, non fare nulla costa molto di più (fino al 20% del Pil mondiale contro il 5% al massimo). Meglio intervenire sulle cause, però, dell’adattamento sarebbe meglio farne a meno, vorrebbe dire avere già perso la battaglia contro le cause.

Vegetariano per ragioni ambientaliste, salutistiche ed in parte anche etiche, non possiede l’auto che considera un incivile monumento allo spreco. Che mezzi usa per muoversi?

Mi muovo con uno scooter (una volta era elettrico, poi la casa produttrice è fallita e mi è rimasto un ferrovecchio che nessuno riesce a riparare…) a 4 tempi, con i mezzi pubblici, fra cui anche il taxi, e spesso a piedi: ci guadagno in salute e nella linea… E, specialmente sabato e domenica, uso tantissimo la bicicletta, l’unico mezzo davvero efficiente in città. Basta rinunciare all’auto almeno una volta a settimana per produrre indubbi benefici. L’auto privata ci ha concesso un grado di libertà individuale non paragonabile ad alcun mezzo del passato, ma oggi, con 750 milioni di veicoli in giro per il globo (e con un incremento di 50 milioni di unità all’anno), la situazione si è rovesciata e finalmente si comincia a capire che il traffico non unisce, ma, al contrario, isola. Alla fine meno auto private significa maggiore velocità dei mezzi pubblici e, dunque, spostamenti più efficienti, e significa incremento della bicicletta e delle piste dedicate. Nessuna opposizione a questi provvedimenti regge alla prova dei dati: oggi la velocità media di percorrenza di un’automobile a Londra è la stessa delle carrozze di un secolo fa. E a Bangkok, nel 2005, l’automobilista medio ha trascorso 44 giorni lavorativi in auto.

Come giudica gli sforzi che il nostro Paese rivolge alla tutela dell’ambiente rispetto a quelli dei Paesi stranieri?

Modesti. Molto modesti, quasi impercettibili.

Che consigli darebbe ai lettori desiderosi di abbattere i consumi energetici domestici?

Se gli italiani adottassero l’isolamento termico-acustico degli edifici come filosofia di vita si potrebbero risparmiare, in media, il 58,3% di consumi e di emissioni di CO2 per una casa singola e il 51,6% nel caso di un condominio. In pratica: secondo alcune simulazioni un cittadino, che risiede in un appartamento condominiale di circa 100 mq, potrebbe risparmiare, in media, a seguito di un intervento di riqualificazione energetica del proprio appartamento, circa il 51,6% dei consumi e delle emissioni di CO2. Se prima, infatti, questo stesso appartamento generava una spesa pari a circa 637 €, l’anno ora se ne potranno spendere 292 € all’anno. E ancora maggiore è il risparmio ottenibile nel caso di una casa singola che, avendo le superfici esposte al diretto contatto con il suolo e con l’esterno, disperde molta più energia. In questo caso il risparmio ottenibile, in media, è pari a circa il 58,3%, ciò significa che se nell’anno era prevista una spesa di 1.185€ ora se ne spenderanno circa 470€. Voglio dire che risparmiare sulle emissioni significa risparmiare anche denari. Non basta?

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