LA SALUTE AL TEMPO DELLA CRISI
Intervista a FRANCESCO ZAMBON
Technical Officer dell’Ufficio Europeo per gli Investimenti per la Salute e lo Sviluppo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)
Ufficio Regionale per l’Europa
di Silvia Vicchi
Ancora oggi, quando si parla di salute, molti pensano ai servizi sanitari, alla cura e riabilitazione delle malattie e pochi pensano alla prevenzione delle stesse e ancora meno alla promozione della salute, gradino ancora prima e ben più ampio della prevenzione

 

Com’è organizzata l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e quali compiti ha?

L’OMS è un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite, nata nel 1948. È organizzata in tre livelli: una sede centrale, a Ginevra, sei uffici Regionali, che coprono tutte le aree del mondo e degli uffici nazionali, presenti prevalentemente nei Paesi a basso e medio reddito. L’Italia fa parte della Regione Europea dell’OMS, alla quale afferiscono 53 Stati, ovvero tutti quelli dell’Europa, più alcuni Paesi del centro Asia. La sede centrale della Regione Europea si trova a Copenaghen, mentre a Venezia vi è un ufficio OMS, che si occupa di disuguaglianze di salute, per tutta la Regione Europea. L’OMS si occupa prevalentemente di sanità pubblica e le sue attività sono ‘guidate’ dalla missione dell’Organizzazione:‘assicurare a tutte le popolazioni il raggiungimento del più alto livello possibile di salute, inteso non solo come assenza di malattia, ma come condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale’. Questo si declina, ad esempio, nel coordinare la lotta contro le malattie infettive e nella gestione di emergenze sanitarie globali. Ma i suoi compiti vanno ben oltre le malattie infettive. L’OMS fornisce infatti raccomandazioni sulle malattie croniche non trasmissibili, o su tutta l’area della salute materno infantile. Diciamo che alla base di tutte le attività c’è un focus sulla prevenzione delle malattie e sulla promozione della salute.

Il Consiglio dei Ministri ha sancito un accordo tra Governo italiano e OMS, dove l’ufficio di Venezia diventa centrale per il raggiungimento degli obiettivi strategici Salute 2020.

Nel 2012, i 53 Stati della Regione Europea OMS hanno approvato all’unanimità il documento Health 2020 (Salute 2020), la nuova politica europea per migliorare il livello di salute delle popolazioni, attraverso la lotta alle disuguaglianze. Salute 2020 identifica quattro aree prioritarie d’intervento, per favorire il raggiungimento di questo scopo e fornisce chiari principi e approcci basati sull’evidenza, che gli Stati sono chiamati a rendere propri, attraverso strumenti programmatici e relativi piani di azione propri di ciascuno Stato. L’Ufficio di Venezia fa proprio questo: aiuta gli Stati membri dell’OMS a contestualizzare Salute 2020 nella specificità dello Stato che chiede supporto OMS, promuovendo approcci e azioni che agiscono alla ‘radice’ del problema delle disuguaglianze, ovvero sui determinanti sociali che le determinano. Ad esempio, ci troviamo a fornire assistenza in tutto l’arco di sviluppo di un nuovo Piano della Salute di un determinato Stato, dalla valutazione dei profili di salute, all’identificazione delle priorità di intervento, fino all’approvazione del piano finale. L’Ufficio di Venezia si occupa anche di documentare esempi di buone pratiche nella lotta alle disuguaglianze, in modo da ‘fertilizzare’ aree della Regione più indietro da questo punto di vista. L’Ufficio di Venezia può essere visto come un ‘hub’ dove si raccolgono e si fa sintesi di buone pratiche e le si ridistribuiscono agli spokes della rete, attraverso vari network, come ad esempio il ‘Regions for Health Network’ o il ‘South Eastern Europe Health Network’.

Cosa intende per “disuguaglianze di salute”?

Le disuguaglianze sociali di salute sono tutte quelle differenze di salute che esistono tra i vari gruppi sociali della popolazione. Esse sono il risultato del contesto socio-economico e come tali sono evitabili e ingiuste. Certo la salute non è distribuita ‘equamente’ nella popolazione, ci sono differenze di salute legate a fattori genetici, all’età, o ad altre caratteristiche individuali non modificabili. Queste non si classificano come ‘disuguaglianze sociali’, perché non sono modificabili e non determinate dal contesto sociale. Altre differenze di salute sono invece il risultato di un processo culturale, economico, sociale e politico su cui è possibile intervenire per promuovere una società più equa. Livello educativo, posizione lavorativa e livello di reddito sono i fattori, correlati tra di loro, che determinano l’appartenenza di un individuo ad un determinato livello sociale. Se pensiamo a questi tre fattori, ci riesce facile ‘visualizzare’ una sorta di ‘scala sociale’: ognuno di noi si trova su un certo gradino di questa scala. La legge del gradiente sociale ci dice che chi sta più in basso in questa scala, avrà esiti di salute, sia da un punto di vista della morbosità, che della mortalità, più sfavorevoli. Questo è un principio ubiquitario, che si applica non solo tra gli estremi di questa scala, ma anche tra gradini contigui.
La lotta alle disuguaglianze non si attua focalizzandosi solo sui gruppi che si trovano sul gradino più basso della scala sociale; questo sarebbe ‘iniquo’, se vogliamo, nei confronti di coloro che si trovano nei gradini intermedi, che soffrono anch’essi di una disparità nei confronti di chi si trova all’apice della scala sociale.
La lotta alle disuguaglianze è un misto di interventi ‘correttivi’ su situazioni di iniquità già esistenti e di approcci ‘preventivi’. Secondo questi ultimi, dobbiamo assicurarci che ogni politica, certamente non solo in ambito sanitario, non aggiunga iniquità al sistema, ma anzi vada ad aggredire il problema dove origina.

In che modo possiamo aiutare gli Stati e le società a superare le disuguaglianze di salute nella Regione Europea?

Salute 2020 fornisce elementi chiave in questo senso, invitando gli Stati a un approccio ‘multisettoriale’ e partecipativo nei confronti della salute. Pensiamo ad esempio alle malattie croniche non trasmissibili, che hanno alcuni determinanti comuni, come il fumo, l’abuso alcolico, la dieta e la carenza di attività fisica. Come possiamo dire ai nostri cittadini di fare più attività fisica, se non vi sono spazi pubblici verdi dove poterla fare, o se l’ambiente è inquinato?
Un esempio che aiuta a ‘visualizzare’ la possibile dimensione d’iniquità: le zone residenziali più ricche sono più attrezzate di spazi verdi, più sicure e più illuminate delle zone con alta concentrazione di case popolari, magari sprovviste di essenziali marciapiedi. Pensiamo alla dieta: se invitiamo i cittadini ad assumere cinque porzioni di frutta e verdura al giorno – secondo le raccomandazioni dell’OMS – dobbiamo anche assicurarne la disponibilità nei distributori automatici. La dimensione di equità qui la possiamo assicurare facendo in modo che la scelta ‘sana’ non sia accessibile solo ai ‘benestanti’, perché magari più costosa, o difficile da reperire. Questi esempi ci fanno capire l’importanza dell’approccio multisettoriale. Non è competenza del settore sanitario garantire un’adeguata pianificazione urbana, ma è necessario che la ‘dimensione salute’ sia considerata da altri settori e inclusa in tutte le politiche. La partecipazione del cittadino e di tutti i settori della società è fondamentale. Salute 2020 punta a rendere il cittadino più consapevole e competente nelle proprie scelte di salute. Deve essere in grado di capire come certi stili di vita possano avere ripercussioni nel lungo termine, di orientarsi in maniera competente nel non facile percorso nei servizi sanitari. Queste capacità devono essere appannaggio di tutti i gruppi sociali, non solo di quelli che si trovano in alto nella scala sociale. Alla base c’è il concetto che la salute è un bene prezioso, perché permette di raggiungere altri obiettivi importanti per il benessere sociale, culturale ed economico di ogni società. L’attuale Patto per la Salute 2014-2016 dell’Italia sposa appieno questi concetti, con l’ambizione di considerare il sistema salute come un insieme di attori che costituiscono valore per il sistema Paese. La salute è vista non più come una fonte di costo, bensì come un investimento economico e sociale.

Il concetto di benessere nel corso degli anni ha subito numerose modifiche e non è più considerato un’assenza di patologie, ma uno stato complessivo di buona salute fisica, psichica e mentale. Cosa ne pensa?

Si tratta di una fondamentale evoluzione del concetto di salute, che sebbene sia avvenuta quasi 40 anni fa, ad Alma-Ata nel 1978, ha ancora moltissima strada da fare, istituzionale e culturale. Ancora oggi, quando si parla di salute, molti pensano ai servizi sanitari, alla cura e riabilitazione delle malattie e pochi pensano alla prevenzione delle stesse e ancora meno alla promozione della salute, gradino ancora prima e ben più ampio della prevenzione. Questa mentalità si ripercuote anche sull’allocazione di risorse, tanto più in un periodo di tagli trasversali come questo. È proprio in una fase come questa, quando la pericolosa e costosissima forbice delle disuguaglianze si allarga, che è necessario puntare sul mantenimento del potenziale residuo di salute, secondo una logica di sostenibilità a lungo termine. Non affrontare, proprio da un punto di vista economico, le disuguaglianze oggi, potrebbe portare a un collasso del sistema un domani, cosa che osserviamo nei Paesi dell’Est della Regione, a più forte indice di disuguaglianza.

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