ETICA, SANITA’ PUBBLICA E BENESSERE
CARLO PETRINI
Responsabile dell’Unità di Bioetica, Istituto Superiore di Sanità
Per chi si occupa di sanità pubblica, la sfida è favorire il benessere collettivo senza trascurare ciascun individuo. In altre parole: valori medi e statistiche non devono offuscare l’attenzione verso i singoli, e soprattutto verso le persone sfavorite, maggiormente a rischio, poco rappresentate

 

Le implicazioni di etica della nozione di“benessere” sono studiate sotto molte angolature. A distanza di quasi settant’anni, la nota definizione di “salute” come “stato di completo benessere fisico, sociale e mentale, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità adottò nel 1948, continua a suscitare dibattiti.
Per chi si occupa di sanità pubblica, la sfida è favorire il benessere collettivo senza trascurare ciascun individuo. In altre parole: valori medi e statistiche non devono offuscare l’attenzione verso i singoli, e soprattutto verso le persone sfavorite, maggiormente a rischio, poco rappresentate.
Non sempre ciò è facile. Un esempio può essere significativo. Quando, negli interventi di prevenzione sanitaria, si passa dal livello individuale al livello collettivo, interviene un paradosso. Geoffrey Rose lo definì il “paradosso della prevenzione” e lo descrisse in un noto articolo pubblicato nel 1983 nell’International Journal of Epidemiology con il titolo “Sick individuals and sick population”. L’autore riprese successivamente l’argomento in un volume intitolato “The strategy of preventive medicine”, pubblicato per la prima volta nel 1993. Il libro è stato tradotto in varie lingue ed è tuttora edito. Per semplificare, si può descrivere il “paradosso della prevenzione” facendo riferimento a esempi concreti. Usare le cinture di sicurezza, diminuire il consumo di sale, ridurre l’apporto calorico, moderare l’assunzione di alcolici sono misure che abbassano lievemente il rischio individuale, ma non in modo incisivo. A livello di popolazione, invece, la situazione è diversa. Per esempio: ridurre di circa il 10% il colesterolo in una comunità potrebbe diminuire di oltre il 20-30% le malattie cardiache nella popolazione; diminuire del 30% il sale consumato potrebbe far diminuire di circa il 20%, a livello di popolazione, i casi di alcune patologie vascolari. In breve: una misura molto vantaggiosa per la comunità è solo di scarso aiuto per la persona. È questo il “paradosso della prevenzione”.
Secondo Rose, dunque, gli interventi di salute pubblica dovrebbero essere finalizzati non tanto a modificare i profili di rischio individuale per uno specifico problema di salute, quanto a modificare le condizioni che determinano la distribuzione del rischio in una popolazione. È questo l’approccio definito “di popolazione”.
L’approccio “di popolazione”, quindi, differisce dall’approccio clinico. Il medico agisce a livello individuale, dando indicazioni al suo assistito. Per il medico è prioritario che l’accanito fumatore smetta di fumare, o almeno diminuisca l’abuso di tabacco, ed è meno importante convincere un blando fumatore a diminuire o cessare l’uso di tabacco. Chi ha responsabilità di sanità pubblica, invece, considera non singoli individui, bensì popolazioni. I diversi possibili livelli di azione in ambito sanitario (dal singolo individuo alla collettività) sono oggetto di un’ampia letteratura specializzata. Per esempio, Thomas R. Frieden, nell’American Journal of Public Health, descrive una “piramide dell’impatto sanitario”. Al vertice vi sono interventi individuali, e in particolare la consulenza e l’educazione personale. Alla base vi sono interventi che agiscono a livello di popolazione, come, ad esempio, politiche socio-economiche. Salendo dalla base al vertice della piramide si trovano interventi che richiedono azioni via via più personalizzate: interventi di prevenzione su gruppi di persone, interventi clinici e altri.

Dunque, mentre il medico è molto interessato ai casi più eclatanti, il decisore che pianifica politiche sanitarie è più interessato ai casi medi. Ciò non significa certamente che chi si occupa di politiche sanitarie trascuri i casi gravi. Tuttavia, l’auspicio è che chi si occupa di pianificazione in sanità pubblica non consideri soltanto la dimensione utilitaristica della massimizzazione del beneficio collettivo, ma ricordi anche che il bene comune si costruisce promuovendo e valorizzando il bene di ciascuno.

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