MANICOMI CRIMINALI ADDIO: UNA VITTORIA STORICA. MA IL FUTURO E’ UN’INCOGNITA
Intervista a FRANCO ROTELLI
Medico psichiatra e consigliere Regione Friuli Venezia Giulia
Dal 1° aprile 2015 finalmente in Italia non esistono più gli Ospedali psichiatrici giudiziari, luoghi orribili condannati anche dall’Unione europea. Restano però troppe incertezze sul futuro. Franco Rotelli, psichiatra e braccio destro di Basaglia, spiega perché

 

“Non sono tanto preoccupato per il presente e per quei 6/700 poveracci che in qualche modo verranno inviati ad altre strutture regionali, ma per ciò che accadrà in futuro”. Franco Rotelli, psichiatra, oggi consigliere della Regione Friuli Venezia Giulia in quota PD, è stato a lungo direttore dei servizi psichiatrici triestini e, soprattutto, è stato compagno di tante lotte di Franco Basaglia, a partire da quella per l’approvazione della legge 180 che ha reso possibile la chiusura dei manicomi. Una delle sue grandi battaglie è stata quella per l’abolizione degli Opg, gli Ospedali psichiatrici giudiziari, che ufficialmente hanno chiuso i battenti il 31 marzo 2015, mettendo la parola fine su quella che è stata una delle più grandi vergogne del nostro Paese, un orrore definito “luogo di tortura” dal Consiglio d’Europa. Ma per Rotelli il futuro è ancora tutto da chiarire.

Rotelli, la chiusura degli OPG è da sempre una sua grande battaglia. Dal 1° aprile la legge prevede che siano chiusi (anche se non è andata esattamente così). È soddisfatto?

In Italia 5 su 6 degli OPG hanno chiuso definitivamente i battenti, ad eccezione, di Castiglione delle Stiviere che la Regione Lombardia trasformerà in una Rems, acronimo di Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Sono le nuove strutture che nasceranno dalle ceneri degli Opg. Ma il tema è proprio comprendere che cosa saranno esattamente le Rems.
Di buono nella legge c’è il fatto che gli individui saranno riferiti alle regioni di provenienza. Un dato positivo perché se i Dipartimenti di salute mentale sono lontani tendono a dimenticarsi di certe situazioni scomode. La vicinanza aumenta il grado di responsabilizzazione.

Quali sono le sue preoccupazioni relative alle Rems?

Secondo quanto previsto dalla Legge 81 del 2014, il grosso dei pazienti, quelli che hanno ancora bisogno di supporto psichiatrico, dovrebbe essere trasferito nelle Rems, che dovranno garantire adeguati percorsi terapeutici. Quello che invece non è specificato è chi ha la responsabilità della custodia. Certo non può essere il personale sanitario a fare da carceriere. Un altro aspetto è relativo alle visite che queste persone possono ricevere. Sono questioni decisive per capire che tipo di strutture saranno, se prevarrà l’aspetto della cura piuttosto che quello della pena.

Può farci qualche esempio?

Non vorrei che le Rems si trasformassero in mini opg, ovvero in strutture più difficili da delegittimare, magari migliori dal punto di vista delle condizioni ‘alberghiere’ ma che di fatto restano posti blindati. Ci sono già diversi servizi psichiatrici all’interno degli ospedali che sono di fatto luoghi di contenzione: con luchetti o telecamere di sorveglianza, fatti gravissimi che smantellano l’impianto della legge 180. Figuriamoci cosa può accadere nel caso delle Rems.

Chi può fare chiarezza?

Una prima variabile sarà l’orientamento della magistrature nell’applicazione della legge 81. Mi auguro ad esempio che ci sia una riduzione effettiva degli invii, che gli ingressi siano limitati. Un altro dato importante è che la legge mette dei paletti alla presunta pericolosità sociale, che un tempo consentiva di metter dentro chiunque. Il nuovo impianto normativo stabilisce chiaramente che la pericolosità deve essere provata e spiegata, non presunta. La mia speranza è che le nuove norme siano applicate nel senso di considerare come extrema ratio l’invio alle Rems, quando cioè sono state vagliate tutte le possibili alternative, come gli arresti domiciliari o l’affidamento a centri di salute mentale.

A proposito di pericolosità sociale. Questa legge tutela i malati psichici, chi tutela però i cittadini?

Il tema è complesso e mescola diversi piani. Il primo è che la pericolosità sociale non ha alcuna base scientifica. Così come non ha fondamento scientifico la predittività della ripetizione del reato: non si può affermare che chi ha sbagliato tornerà a farlo.
Ma anche sulla capacità di intendere e di volere occorre fare un po’ di chiarezza.

Prego

Un giudizio di malattia mentale è ben diverso dall’incapacità di intendere e di volere. Mi spiego meglio: per oltre un anno ho lavorato all’interno dell’Ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere, relazionandomi con pazienti di ogni genere, tutti lì per aver commesso un reato di diversa gravità. Posso assicurare che, salvo rarissimi casi, tutti gli ospiti con cui mi sono confrontato erano consapevoli di aver agito contro la legge e contro la morale.
E dunque il reato va condannato e sanzionato dalla magistratura. È però altrettanto vero che nel commisurare la sanzione, il giudice deve tenere conto di quanto la malattia psichica possa aver contribuito al reato. Tutti devono essere responsabili, anche i matti, poi certo la sanzione deve essere molto diversa.

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