PER UNA GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA DEL TERZO MILLENNIO
Intervista a PIERLUIGI MANTINI
Politico e giurista, nel Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa
di Federica Pagliarone
La giustizia amministrativa è spesso nell’occhio del ciclone: ultimo caso la sentenza del Consiglio di Stato sulle unioni civili e le “esternazioni” del giudice Deodato. Abbiamo rivolto qualche domanda a Pierluigi Mantini, politico e giurista, attualmente nel Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa

 

 

Dott. Mantini, Lei ha una vasta esperienza giuridica come avvocato, docente universitario, legislatore. Cosa ne pensa delle ultime polemiche relative alla giustizia amministrativa?

Le polemiche sono inevitabili, la critica costruttiva è di per sé utile. La sentenza sulle unioni civili sconta l’ingiustificata assenza di una legge sollecitata anche dall’Europa e dalla Corte Costituzionale. È vero che il giudice ha un particolare obbligo di riservatezza e, nei casi più evidenti, di astensione, come pure è previsto un divieto deontologico di rilasciare interviste su sentenze proprie. Ma l’esempio citato mi sembra un caso limite, i giudici amministrativi sono per tradizione molto più riservati di quelli ordinari. Sulle critiche più generali alla giustizia amministrativa occorre distinguere.

In che senso?

Innanzitutto, la giustizia amministrativa in Italia funziona assai meglio di quella ordinaria quanto a celerità delle decisioni, che sono nella media europea. Si tratta di un giudice molto specializzato, che si occupa di diritto europeo, appalti, energia, concorrenza, abusi quotidiani dei pubblici poteri nei confronti di cittadini ed imprese, materie molto delicate per l’efficienza e l’equità sociale. In Italia sono meno di 500, un numero che si ridurrà a 400 circa con i pensionamenti di fine anno, a fronte dei 1300 in Francia e dei 2400 in Germania. Il Consiglio di Stato poi, secondo Costituzione, ha anche sezioni consultive sugli atti regolamentari e amministrativi del governo, funzioni delicatissime che oggi vanno interpretate alla luce del principio di semplificazione previsto dalla riforma costituzionale.
Se con le critiche si vogliono invece evidenziare le cose che possono migliorare o che devono cambiare, allora sono bene accette.

In quale direzione?

In primo luogo, si può sempre migliorare l’efficienza della giustizia, al servizio dei cittadini. Per combattere l’arretrato, si possono introdurre “sezioni stralcio monocratiche”, ossia fatte da un solo giudice anziché da un collegio, riservate alle cause più risalenti e per le quali è venuto meno l’interesse, segnalate in un’udienza annuale di “rottamazione” dei fascicoli più vecchi. Ciò in collaborazione con l’avvocatura, che ha manifestato disponibilità in cambio di una fissazione ravvicinata delle udienze per le cause più attuali.
Ancora, si potrebbe utilizzare il “giudice monocratico” per i ricorsi più semplici, come quelli in materia di silenzio della p.a. o di accesso agli atti e, in parte, anche per i giudizi di ottemperanza. In tal modo si risparmierebbero energie a vantaggio della celerità complessiva dei processi.
Nella legge delega sugli appalti vi è poi un punto che riguarda la semplificazione delle controversie per accelerare l’esecuzione dei lavori: si potrebbe anticipare la fase dei giudizi su esclusioni e ammissioni alle gare, che oggi è pari al 70% del contenzioso in materia di appalti e che porta a litigare, spesso in modo strumentale, più sui requisiti soggettivi dei primi in graduatoria che sulle illegittimità dell’aggiudicazione. Ma occorrono anche riforme “interne” all’ordinamento.
Una più efficace responsabilità disciplinare per i magistrati poiché il regime attuale è addirittura precedente alla Costituzione. Una più netta delimitazione degli incarichi extragiudiziari, anche se l’eliminazione degli arbitrati ha assai ridotto la materia. Ed anche una più chiara disciplina dei conflitti di interesse e degli obblighi di astensione per i magistrati che si trovano a giudicare questioni su cui hanno pur legittimamente espresso pareri in sede consultiva.
Per queste riforme occorre la collaborazione del governo e del legislatore, in un rapporto costruttivo: né conservazione né rottamazione.

Ora siete alle prese con la nomina del nuovo presidente del Consiglio di Stato, un passaggio indubbiamente delicato. Quale è la sua opinione a riguardo?

Ecco, proprio perché si tratta di un passaggio delicato, mi permetto di non esprimere la mia opinione. Certamente, come è noto, io ritengo che il solo criterio dell’anzianità per le nomine direttive sia ormai desueto, è stato superato anche nelle altre magistrature e nella società più in generale.
Le garanzie di terzietà e di indipendenza derivano dalla legge e vanno tutelate. Ma le personalità chiamate a guidare un’istituzione devono esprimere anche idee, programmi e capacità di relazioni istituzionali. La sfida è quella di far vivere un diritto e una giustizia amministrativa del terzo millennio, nella scena nuova del diritto globale, all’insegna della semplificazione e dell’effettività dei diritti. Il Consiglio di Stato è un luogo ricco di eccellenze, dunque sono ottimista.

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