LA CORRUZIONE NON È MAI UN BUON AFFARE
Intervista a MAURO GORI
Presidente della CPL
Mauro Gori, il nuovo presidente della CPL, la coop coinvolta nello scandalo della metanizzazione di Ischia, spiega perché il malaffare non conviene mai. Nemmeno a esser cinici

 

 

Oltre 430 milioni di euro. Tra costi diretti, commesse perse, consulenze legali, ricadute economiche e sociali sull’indotto. A tanto ammonta il conto del caso di corruzione che ha travolto Cpl Concordia, il colosso cooperativo modenese sotto accusa per gli appalti della metanizzazione di Ischia. Mauro Gori, nuovo presidente di Cpl Concordia, che nel frattempo ha girato pagina ed è stata re-inserita nella “white list”, ha fatto i conti scoprendo che “la corruzione non conviene”.

Quanto è costata la vicenda di Ischia?

Chiudendo il bilancio 2014, ci siamo resi conto di dover accantonare molte risorse a fronte di quanto è accaduto. Parliamo di 5,2 milioni solo per rischi fiscali o penali cui vanno aggiunti le spese legali e circa1,4 milioni per i dipendenti sospesi, tra cui gli ex dirigenti che continuiamo a retribuire e che, fino a quando non sarà fatta chiarezza processuale, non possono essere reintegrati. Senza contare le commesse perse. Tra maggiori spese e minori utili parliamo di 15 milioni.

Dunque l’imprenditore corrotto non è un buon imprenditore?

L’imprenditore corrotto è un pessimo imprenditore. La corruzione può sembrare la via per aumentare i ricavi senza spingere troppo sull’efficienza eper risparmiare sui costi, ma fa correre rischi tali da mettere a repentaglio il futuro dell’azienda. Il primo compito del manager, per di più se cooperativo, è salvaguardare la continuità aziendale per trasferirla ai nuovi soci. La corruzione è immorale e illegale, ma parlando per paradossi non è un buon affare. Ed è l’opposto dell’idea di cooperazione. Non so quante aziende in Italia di fronte a quanto accaduto sarebbero rimaste in piedi. CPL aveva da parte molte risorse, economiche e morali, altrimenti avremmo chiuso.

E per quanto riguarda i costi ‘umani’?

Quando siamo entrati in carica Elio Cirelli ed io abbiamo trovato un clima interno, tra i lavoratori, molto pesante. Un sentimento non tanto di rabbia quanto di sconforto, affiancato da un atteggiamento di impotenza rispetto agli eventi. Smarrimento, tristezza, umiliazione. Ad aggravare l’atmosfera, già di per sé cupa, sono arrivati pacchi di lettere anonime.Tra le nostre prime azioni c’è stata quella di convocare l’assemblea dei soci, a cui ne sono seguite altre, al ritmo di una ogni tre mesi per raccontare,in termini molto chiari, i numeri, i problemi, le risposte che abbiamo intenzione di dare. E soprattutto le sfide che abbiamo davanti.

Ovvero?

La sfida è tornare in utile per il 2017, sapendo che il 2016 sarà un anno durissimo.

Si aspettava tutto questo quando ha accettato l’incarico?

La ragione per cui siamo venuti qui, Cirelli ed io, è l’appartenenza a una comunità, al mondo cooperativo e la consapevolezza che rischiavano di pagare per colpe che non avevano commesso famiglie intere. Ma la verità è che, pur sapendo chel’impresa era difficile, non pensavamo sarebbe stata così complicata.

Secondo un recente sondaggio di Swg, il 58% degli italiani, ritiene che le imprese operino illegalmente “perché il sistema lo permette”. È d’accordo?

Il rapporto tra impresa e legalità è complesso. Certamente c’è un fattore culturale, che gioca a sfavore di entrambe le parti. L’impresa vive molte disposizioni normative, anche con buone ragioni, come inutili appesantimenti burocratici, quelli che un tempo si definivano lacci e lacciuoli. Ciò genera l’idea che il soggetto pubblico abbia una visione molto lontana da chi si confronta quotidianamente con la realtà lavorativa. L’impresa quindi tende a rispettare gli aspetti formali, non quelli sostanziali, delle norme. D’altro canto il pubblico si ritiene totalmente altro rispetto all’impresa e talvolta rischia di perdere di vista l’interesse per la collettività. Le imprese che operano nella legalità invece sono beni collettivi. Ecco, bisognerebbe che queste due visioni fossero un po’ più armoniche, che l’imprenditore sentisse lo Stato come partner e lo Stato sostenesse le imprese che operano correttamente.

Come vede il futuro da questo punto di vista?

A me sembra che stia crescendo una cultura della legalità. Tante forze sociali, i sindacati, le associazioni imprenditoriali, il movimento cooperativo sono impegnate in questa direzione. Anche il quadro normativo si sta modificando. E in ogni caso, davvero la corruzione non conviene.

 

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