La legge 109/96, che regola la destinazione sociale dei beni confiscati alla mafia, compirà tra poco vent’anni. Molte cose sono state fatte, da allora, tante sono le cooperative sorte, numerosi gli immobili dati alla società civile, affinché li utilizzino per fini sociali, ma altrettanto resta da realizzare.Accorciare i tempi di assegnazione, ad esempio, trovare i fondi per le ristrutturazioni, rafforzare la rete tra cooperative, associazioni, istituzioni, contro i frequenti tentativi di intimidazione

 

 

Una legge scomoda, per chi di mafia vive, perché tocca simboli e status del potere criminale: poderi, abitazioni lussuose, palazzi, colpendo chi dell’ostentazione ha fatto la propria forza.
Già nel 1995, l’associazione Libera, guidata da don Luigi Ciotti, lanciò una raccolta firme per introdurre il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati e oggi è capofila nella promozione e nel controllo del buon uso dei beni, in collaborazione con l’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei beni sequestrati.
Il riutilizzo sociale prevede l’assegnazione dei patrimoni e delle ricchezze di provenienza illecita a associazioni, cooperative, enti locali, affinché li restituiscano alla società, attraverso servizi, lavoro, attività di interazione. Si va dal denaro, alle case, ai terreni, fino alle aziende, in maggioranza ristoranti e pizzerie, o locali notturni.
Molti i beni di vocazione artistica, culturale ed educativa, dalle opere d’arte, a edifici storici, che sono stati confiscati alla mafia, per i quali è attivo il progetto “L’Etica Libera la Bellezza”. Avviato in Calabria e Campania, promosso dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e dall’associazione Libera, in collaborazione con l’Agenzia nazionale, vuole riqualificare i territori e accrescere il senso di appartenenza dei giovani attraverso la cultura.
Tra i soggetti indicati dalla normativa come idonei per la gestione dei beni confiscati, la cooperazione sociale è al primo posto, grazie alla progettazione cui sono finalizzati i beni assegnati. Difficile riassumere in poche righe le numerose esperienze attive sull’intero territorio nazionale, ma tutte sono caratterizzate da obiettivi di inclusione, ad esempio di persone disabili, o ex tossicodipendenti, o minori che hanno commesso reato. Prodotti agricoli, o alimentari, spazi per i giovani, aziende restituite alla legalità, sono tra le attività realizzate.
In Sicilia, oltre a Libera, opera il Consorzio Ulisse, sorta di grande madre per le cooperative interessatealla gestione di beni confiscati. Tra esse, troviamo NoE, No Emarginazione, che a Partinico, in provincia di Palermo, gestisce un terreno confiscato, dove lavorano soggetti svantaggiati. O la cooperativa Apriti Cuore, che gestisce una comunità alloggio a Torretta. O ancora, il centro culturale polivalente Cambio Rotta, sorto a Altavilla Milicia, nel villino a strapiombo sul mare di un esponente del clan di Bagheria, aperto al territorio e ai giovani. Il consorzio Ulisse vanta anche la prima esperienza italiana di azienda confiscata alla mafia, produttrice e distributrice di caffè, tolta ai Graviano e rilevata in cooperativa Conca d’Oro dagli ex dipendenti, che oggi la gestiscono.
Sempre in Sicilia, ricordiamo l’esperienza delvigneto del feudo Verbumcaudo, confiscato al boss Michele Greco a Polizzi Generosa, è stato assegnato alle cooperative Placido Rizzotto, Lavoro e Non Solo e Pio La Torre, aderenti a Legacoop e già attive su altri fondi agricoli appartenuti un tempo a Cosa Nostra.
In Puglia, dal 2008 un gruppo di giovani selezionati con bando pubblico, formati e guidati dal progetto Libera Terra dell’associazione Libera, gestisce i beni confiscati alla Sacra Corona Unita. Venti ettari di terreno a grano biologico, con cui si producono i tarallini pugliesi con marchio Libera Terra, diffusi presso gli ipermercati Coop e circa trenta ettari di vigneto tipico, in via di recupero dopo anni di abbandono anche grazie al lavoro di agronomi del circuito Slow Food. Una legge perfetta, quindi? Risponde Elena Leti, politica e architetto, con un Master in Gestione e riutilizzo di beni e aziende confiscati alle mafie, presso l’Università di Bologna: “Una legge unica a livello mondiale, che ha portato successi, ma presenta anche problemi. Al momento della confisca, i beni vengono affidati a un amministratore giudiziario, ma non possono essere assegnati fino al terzo grado di giudizio, quindi passano anni e un bene lasciato in abbandono va a pezzi. Per non parlare delle aziende, per le quali spesso è preferibile la chiusura. Una soluzione? Occupazioni temporanee e sedi regionali dell’Agenzia nazionale, con gruppi di lavoro composti anche da professionisti, perché servono competenze, dall’agronomo, all’ingegnere. Parliamo di una realtà potenzialmente ricchissima, ma ancora poco conosciuta e utilizzata”.

 

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