Tra le tante ragioni di perplessità e contrarietà che ho espresso per la manovra ter di correzione dei conti pubblici varata a metà agosto scorso e poi innumerevoli volte rimaneggiata – ora che la lettera della Bce che illustrava le richieste, la distanza rispetto a quanto approvato dal governo è chiara a tutti – una riguarda proprio l’aggravio deciso nei confronti del mondo cooperativo. E’ stato disposto l’aumento della base imponibile Ires per le coop a mutualità prevalente, le società dovranno assoggettare a imposta una maggiore quota di utili pari al 10%, e dovranno pagare l’Ires anche su un decimo dell’utile destinato a riserva minima obbligatoria.

Una norma che attende interpretazione, visto che nella generalità dei casi questo secondo addendo è pari al 35% dell’utile di bilancio in quanto la riserva obbligatoria è del 30%, ma per le banche di credito cooperativo che hanno l’obbligo di accantonare a riserva minima obbligatoria il 70% degli utili netti annuali il secondo addendo potrebbe salire al 7%. In contrasto con il testo Unico Bancario che ne disponeva l’intassabilità. Al di là dell’argomento tecnico – la produzione legislativa media contiene ormai bestialità diffuse e talvolta a ogni piè sospinto – è la ragione che ha spinto il governo a queste misure a non convincermi affatto. Per quel che mi è dato conoscere di governo e maggioranza, è una ragione ideologica. Come tutte le ragioni ideologiche – dal mio punto di vista almeno, non voglio mancare di rispetto ad alcuno – si nutre di pregiudizi. Il pregiudizio è quello nei confronti della storia mutualistica del movimento cooperativo, profondamente innestato nel grande tentativo compiuto lo scorso secolo dal movimento socialista e da quello cattolico di avvicinare al mercato chi era sprovvisto di capitali finanziari e comunque chi intendeva investire sul proprio capitale umano. In più, a questo pregiudizio se ne aggiunge un altro. Quello per il quale in realtà le aziende cooperative sarebbero spessissimo imprese come tutte le altre, ma costituite da furbastri che all’ombra del vantaggio fiscale garantiscono uno scambio tra ordinativi e consensi a questa o quella parte politica. E’ un po’ paradosssale che sia io, un mercatista che critica governo e maggioranza per aver tradito l’impegno a ridurre il perimetro della spesa pubblica e la pressione fiscale, a dover difendere le ragioni e l’importanza della mutualità nel sistema produttivo italiano. Ma è un paradosso solo apparente. Se qualcosa ci dovrebbe aver insegnato la grande crisi finanziaria da quattro anni a questa parte, è che l’eccesso di disinvoltura al quale dobbiamo i guai è stato provocato non certo dal mondo della cooperazione, ma dagli utili stellari di società di capitali spacciati per oro quando erano solo il campo dei Miracoli promesso a Pinocchio dal Gatto e la Volpe. Tanto più se guardiamo al mondo del credito, quegli uomini di governo che oggi bastonano le BCC sono gli stessi che per tre anni plaudivano alle piccole banche territoriali presidio dei prestiti alle imprese, rispetto alle grandi che dovevano leccarsi le ferite della crisi e stringevano i cordoni degli impieghi. La bastonata estiva è dunque peggio di un errore. E’ un’attestazione di carenza culturale. Perché è nell’ignoranza che più facilmente vince il pregiudizio.

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