SE LA LEZIONE ARRIVA DAI RAGAZZI
EMANUELA GIAMPAOLI - Giornalista

Lo stile è quello graffiante dell’inglese Alan Bennett, già noto per le sue qualità di scrittore e cineasta, questa volta prestato alla drammaturgia. La pièce si intitola “History of boys”, grande successo delle scene britanniche del 2004, vincitrice di ben sei Tony Awards, gli oscar del teatro. A riadattarlo per le platee italiane ci ha pensato il teatro dell’Elfo riscuotendo grandi riconoscimenti di critica e pure di pubblico. A testimoniare che il tema della scuola è più vivo che mai. In scena la vicenda di una classe di ragazzi impegnati negli esami di ammissione all’università: studenti dalle personalità molto diverse dal dongiovanni Dakin al timido e insicuro Posner fino all’estroso Scripps, ma nell’insieme un gruppo ben affiatato e solidale. Dall’altro lato c’è il corpo insegnante, dove invece a prevalere sono le liti, le maldicenze e soprattutto le differenti visioni dell’insegnamento. Così se il professore di letteratura inglese, Hector, magnificamente interpretato da Elio De Capitani che firma anche la regia con Ferdinando Bruni, è portatore di uno stile didattico improntato al confronto e alla riflessione, al di là di percorsi ordinari e programmi prestabiliti, dall’altro c’è il preside, che per il buon nome della scuola, li vorrebbe tutti a Oxford o Cambridge. E dunque si affida al piglio di un giovane e ambizioso professore incaricato di ‘riprogrammare’ i ragazzi, di renderli più brillanti, più appetibili al mercato della conoscenza.
Il tutto esplode, quando il professor Hector, viene accusato, di avere mire di natura sessuale, nei confronti del suo allievo prediletto. «Quando ho scritto History of boys – ha spiegato Bennett – ho pensato a una pièce sulla scuola, legata alle mie vicende dell’inizio anni Cinquanta. Soltanto alla fine, quando ho visto il testo rappresentato sulla scena, mi sono reso conto del suo contenuto più profondo, che in effetti rimanda al problema della verità. Perché racconta di un certo modo di insegnare la storia, in cui più che i convincimenti e la veridicità dei fatti, conta la performance del professore e quindi dello studente chiamato a fare scena con la recita degli esami». La pièce, appena uscita da Adelphi “Gli studenti di storia”, sarà in tourné fino a maggio.
È arrivato in Italia anche il caso editoriale che ha suscitato polemiche accese e scalato le classifiche di vendita negli Stati Uniti, nel Nord Europa, in Inghilterra, Francia, Spagna e in Germania, dove ha venduto 250mila copie in poche mesi: ‘Niente’ della danese Janne Teller, in libreria per Feltrinelli. Premiato dal Ministero della Cultura danese, ma vietato in alcune scuole del Paese.
Di nuovo in primo piano i compagni di classe, alle prese con il gesto di ribellione del coetaneo Pierre Anton, che un giorno sale su un albero per non scendere più. «Non c’è niente che abbia senso. Perciò non vale la pena fare niente». Per dimostrargli il contrario i compagni di scuola decidono di raccogliere cose che abbiano un significato: all’inizio un pallone, un paio di sandali, ma presto si fanno prendere la mano, con richieste sempre più estreme. Abbandonati a se stessi, gli adolescenti si trascinano in un’escalation d’orrore, in cui spicca l’incapacità degli adulti di dare risposte. «I nostri ragazzi – ha osservato l’autrice, ex inviata dell’Onu in zone di guerra – hanno disordini alimentari, abitudini violente e autodistruttive. E queste io credo siano malattie sociali, indotte da una società spietatamente basata sulla competizione». Si cambia completamente registro nella commedia “Il mio peggior incubo” della regista Anne Fontaine in questi giorni al cinema. Un’affascinante gallerista che ha le fattezze di Isabelle Huppert e un cafone con il vizio della bottiglia, due individui lontani come il giorno e la notte, sono costretti dall’amicizia fraterna dei loro figli a entrare in relazione tra loro. Con risultati esilaranti, quest’amicizia tra compagni di scuola rivoluzionerà due mondi opposti. «Ho pensato che fosse divertente – svela la regista – immaginare che il figlio di Patrick, che è praticamente illetterato, sia un ragazzino estremamente dotato, e che, per converso, il figlio di questi borghesi progressisti, imbevuto di formazione classica, mostri totale indifferenza verso la cultura alta, e la sua sola passione siano i videogiochi».

 
A SCUOLA CON DE SETA
 Un documento storico ma anche un formidabile spunto di riflessione. È
“Diario di un maestro”, del grande documentarista Vittorio De Seta che
questo mese viene riproposto in dvd per Feltrinelli Real Cinema. Ispirato dal libro di Albino Bernardini, “Un anno a Pietralata” uscito nel ’68, De Seta va per quattro mesi in una scuola della periferia romana al Tiburtino per seguire le lezioni di Bruno D’Angelo. D’Angelo è un giovane maestro d’origine napoletana, fresco di nomina, a cui viene affidata la classe più scomoda e difficile, una quinta formata da ragazzi svogliati, che disertano le lezioni, non studiano, non si interessano.
Lui non si scoraggia e dà vita a un dialogo con gli studenti, si informa sulle loro abitudini, sulle loro famiglie. Il maestro intende recuperare alla scuola tutti gli assenti, andandoli a cercare uno a uno e sperimentando con loro un nuovo modo di fare scuola. Il risultato fu mandato in onda dalla Rai in quattro puntate nel ’73, con grande successo di pubblico (oggi sembra utopia).
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