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di Marco Lodoli
Scrittore e giornalista
di Marco Lodoli
Scrittore e giornalista

Quando negli anni Sessanta frequentavo la scuola elementare, esistevano ancora le classi differenziali, veri ghetti dove rinchiudere bambini che non erano in regola con un astratto e violento principio di normalità: l’handicap più grave e diffuso era la povertà, vera disabilità sociale che sempre produce esclusione, emarginazione, rifiuto. Alle superiori ero in classe con un ragazzo chiaramente omosessuale, e soffrivo a sentire le battute crudeli dei compagni, i colpi di spillo che a volte diventavano sciabolate feroci. Anche quando ho cominciato a insegnare, nei primi anni Ottanta, mi sono ritrovato a dover difendere quasi fisicamente uno studente omosessuale, messo di continuo alla berlina, sbeffeggiato e anche picchiato. Nella mia memoria di insegnante riaffiora uno dei primi studenti di colore, in una scuola dei Castelli Romani: si era comprato una maschera bianca e ridendo ogni tanto la indossava, “così mi potete capire meglio, mi potete volere bene” diceva. Insomma, il percorso dell’accettazione delle diversità, del rispetto formale e poi dell’amicizia sincera, è stato lungo e sassoso. Però è giusto riconoscere che oggi molte cose sono cambiate, grazie ai rapidi mutamenti storici, ma soprattutto grazie all’impegno quotidiano e paziente degli insegnanti. Oggi la scuola è sicuramente l’ambito sociale dove meglio si amalgamano e si intendono le diverse condizioni. Io insegno in un istituto dell’estrema periferia romana e ho classi che sembrano veri laboratori sociali: italiani e immigrati da ogni dove condividono le lunghe ore in classe, imparano a stare insieme, a comprendersi. Il ragazzo di Tor Bella Monaca sta in banco con la marocchina, forse all’inizio c’è qualche resistenza, ma dopo un mese tutto scorre facilmente: ma anche il cinese e il senegalese stanno in banco insieme, e il peruviano e il rumeno, e sono tutti equilibri che devono essere trovati poco a poco, scambi emotivi non scontati, intese da inventare: eppure in un tempo relativamente breve il gruppo è formato e c’è una bella energia collettiva. Anche le diverse inclinazioni sessuali sono accettate senza troppi problemi: sarà perché insegno in un professionale a indirizzo Moda, settore più creativo e pazzarello, ma vedo che i miei allievi, maschi e femmine, non fanno alcuna differenza tra eterosessuali e omosessuali. La vita è così, e la scuola è nella vita. E’ chiaro che non dobbiamo illuderci che tutto ormai sia un giardino fiorito dove il bene canta e il male tace scornato in fondo a un pozzo. Bisogna che il processo di inclusione prosegua e si confermi ogni giorno, perché i rigurgiti di razzismo, di maschilismo, di intolleranza sono sempre presenti. I giornali ci raccontano tanti casi di adolescenti fragili distrutti dalla ferocia del branco, sia nelle vecchie che nelle nuove piazze sociali, le chat, facebook, etc. In un mondo competitivo e spietato come il nostro, i vasi di coccio rischiano sempre una brutta fine. Ma è comunque nella scuola che si costruisce il futuro, e la nostra scuola è coraggiosamente, poeticamente schierata sempre dalla parte giusta, quella della civiltà e della nobiltà.

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